Il voto dell’Udc è una scelta di principio a prescindere dai numeri

Il senatore Paolo Rossi interviene sulla questione del voto sulle missioni italiane all'estero

Riceviamo e pubblichiamo

L’interpretazione politica di quanto avvenuto ieri nell’Aula del Senato in merito al rifinanziamento delle missioni italiane all’estero non richiede, a mio avviso, strumenti particolarmente sofisticati: tutto è stato sotto i nostri occhi, fin dalle dichiarazioni che hanno preceduto il voto e confermato puntualmente nei fatti.

Il disegno del centrodestra – staccare la spina al governo attenendosi al computo del ragioniere per meri interessi di bottega – si è rivelato cornice che ha finito per soverchiare il quadro, e dunque politicamente miope. Si può anche suonare, a colpi di grancassa, l’esigenza primaria di ostacolare in ogni modo e pregiudizialmente l’operato del governo Prodi, ma mi chiedo quanto realmente gli elettori del centrodestra possano aver gradito un così palese andar contro gli interessi del Paese per puro calcolo elettorale.
Voglio ricordare che, nel passato Esecutivo, anche la più blanda critica fosse provenuta nel merito in questa materia fu bollata di sciacallaggio e non sedato spirito anti-americano («sulla pelle dei nostri ragazzi», ogni ora evocata…). Come valutare, allora, un simile atteggiamento, alla luce di un centrodestra diviso a tal punto che la mano destra (il voto unanime alla Camera) non sa più ciò che fa la sinistra (l’astensione che significa votare contro in Senato)? La giustificazione di facciata, quella cioè di una presunta perdita di autorevolezza in politica estera dell’Italia, da sola non può reggere. Forse c’è chi rimpiange le storielle da Bar sport, in un Paese che si guarda nello specchio deformato del Lunapark mediatico fatto di vallette e ricatti, o di fotografie con le corna come ai tempi del liceo, ma poi i nodi vengono al pettine: perché le battute passano e i problemi restano.

Il problema non si riduce tanto e solo al voto contrario, che rimane comunque una responsabilità grave da parte dell’opposizione. Politicamente la seduta di ieri ha sancito la rottura, così frequentemente evocata nelle ultime settimane, fra Berlusconi e Casini. All’UDC va riconosciuto senza dubbio il merito di una scelta di principio, ma a prescindere dai numeri. Quello dell’UDC è stato infatti un voto importante, anche se non determinante: importante perché ha messo in luce la serietà e il senso di responsabilità di una parte dell’opposizione che, in un sistema bipolare maturo, non dovrebbero mai venir meno. Non per questo si chiede in modo diretto o indiretto una quieta acquiescenza: maggioranza e opposizione sono chiamate a dialogare e, all’occorrenza, a scontrarsi duramente nel rispetto della dialettica parlamentare: dare alle fiamme la propria casa per far dispetto al vicino può essere tutt’al più una trovata pubblicitaria, non particolarmente lungimirante su quei temi che dovrebbero invece far lievitare un senso di politica responsabilità.

Diversa è una valutazione politica sulle prospettive, se pur sottaciute, che l’episodio del voto di ieri, sembra suggerire. Se abbiamo preso atto di una interlocuzione proficua con parte del centrodestra, rimane fermo che non è nelle nostre priorità muoverci in direzione di eventuali cambi di casacca o di maggioranze alternative. Siamo consapevoli del margine limitato con il quale saremo costretti ad agire in Senato – frutto di una legge elettorale studiata ad arte per rendere difficoltoso tale agire –: ciò è reso ancor più gravoso dalla peraltro limitata opposizione interna dei "duri e puri" della sinistra radicale che deficitano, prima ancora della scarsa intelligenza politica, di poca memoria essendo giunti in Parlamento non in base a un percorso individuale, per quanto lodevole e rispettabile, ma dentro una coalizione cementata da un programma. noi pensiamo che vi sia ormai da tempo un progetto in atto, che non può essere  accantonato. Questo progetto è il Partito democratico. Il nostro scopo non è cercare un escamotage per allargare la base del consenso, ma delimitare i limiti e la capacità di includere le diverse forze che vogliono contribuire – nel rispetto della propria identità e della propria storia – a cercare di creare una grande forza riformista che sia in grado di guardare al futuro e al bene del nostro Paese.

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Pubblicato il 28 Marzo 2007
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