L’Università dell’Insubria cresce, tra troppi ostacoli
Aperto ufficialmente nella sala Muse di via Cavallotti il nono anno accademico. Nel bilancio tracciato dal rettore tante ombre e qualche speranza
Nove anni fa veniva ufficialmente inaugurato il primo anno accademico dell’Università dell’Insubria. Negli anni immediatamente successivi, l’ateneo conobbe un periodo di crescita favorevole che gli permise di espandersi e di affacciarsi nel panorama accademico nazionale grazie alle sue dimensioni piccole e dinamiche.
La crisi degli ultimi anni, però, ha colpito in modo pesante il mondo universitario, con continui tagli ai finanziamenti sia per quanto riguarda le spese ordinarie sia per gli sforzi sul fronte della ricerca. Così, anche per l’ateneo insubre, sono iniziati i tempi “bui”, tempi che il Rettore, Renzo Dionigi, ha voluto ricordare nel trarre il bilancio di questi anni di attività: «Negli anni fra il 1998 e il 2006, e cioè in un periodo assai difficile per l’università italiana anche per la progressiva contrazione degli investimenti pubblici, l’Università dell’Insubria ha visto nel suo bilancio le entrate correnti notevolmente incrementate, da € 41.360.500 nel 1999 si è giunti agli attuali 63.552.630 del 2006. Di necessità la politica dell’Ateneo in questi suoi primi anni è stata quella di potenziare l’organico del personale docente per sviluppare la ricerca e migliorare il rapporto numerico tra docente e studenti avvicinandolo alla media nazionale per le varie facoltà e, quindi, migliorare l’efficienza».
Nonostante l’incremento del personale docente (9 anni fa il corpo docente-ricercatore era costituito da 180 unità contro gli attuali 374), per far quadrare i conti, si è dovuto ricorrere in molte occasioni al lavoro atipico: i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato attivati nel 2006 sono stati 4 e 46 i contratti di lavoro autonomo di collaborazione, coordinata e continuativa per mansioni amministrativo contabili. L’Insubria, così come la totalità degli atenei italiani, ha, inoltre, spesso applicato la norma che regolamenta la “docenza a contratto": «Tutti gli atenei italiani hanno abusato di questo istituto facendo ricorso a contrattisti non sempre adeguati e preparati all’attività d’insegnamento e comunque quasi mai coinvolti o interessati all’ attività di ricerca. Anche il nostro Ateneo negli ultimi cinque anni ha dovuto affrontare di necessità la competizione della crescita dell’offerta formativa che nel frattempo avveniva senza freni nel sistema universitario, dovendo così ricorrere ad un massiccio utilizzo di docenti a contratto. Attualmente l’Ateneo dispone di 376 professori di ruolo e deve ricorrere a 408 professori a contratto».
Un rapporto che colloca l’Insubria tra gli atenei più virtuosi, ma se non si cambierà rotta, la situazione sfuggirà di mano anche in quel di via Ravasi. Il problema, come ha ricordato il professor Dionigi, è il vezzo di molti docenti di farsi vedere raramente in aula, a discapito della qualità della docenza e della credibilità della stessa università
I tentativi del Ministro Mussi di mettere un freno al malcostume, nonostante sia condivisibile, potrannop dare risultati a patto che si forniscano i mezzi per garantire che almeno il 50% del personale docente utilizzato per la didattica sia di ruolo, contrariamente danneggerebbero l’intero piano dell’offerta formativa.
Tra le note dolenti, il Rettore ha ricordato quello della ricerca, ambito in cui il nostro paese ha raggiunto un’arretratezza in Europa preoccupante: «Un recente studio della Commissione europea riguardante gli indicatori di innovazione e ricerca rivela come negli ultimi quattro anni il divario innovativo tra Unione europea e Stati Uniti si sia ridotto – ha spiegato il Rettore – ma all’interno della Ue rimangano forti differenziali tra Paesi che guidano l’innovazione (Germania, Finlandia, Svezia), altri che seguono da vicino (Francia, Regno Unito), altri che stanno recuperando (Grecia, Portogallo), altri ancora che sono in ritardo (tra cui Italia e Spagna). Di questo passo l’esclusione della ricerca italiana dal circuito internazionale sembra l’esito più probabile di una politica dissennata, che vede sostanzialmente scender da circa un quindicennio il rapporto sul PIL della quota di bilancio statale dedicata a ricerca e formazione».
E in un ambito di risorse scarse, un’università giovane come quella dell’Insubria viene doppiamente penalizzata: se in base ad una valutazione voluta tre anni fa dall’allora Ministro Moratti, l’ateneo insubre aveva raggiunto un ragguardevole 17° posto su 54 atenei valutati, oggi che il Ministro Mussi ha azzerato quei giudizi dando mandato di avviare un nuovo lavoro di valutazione con altri parametri, per la realtà varesina e comasca si potrebbe aprire uno scenario assai deludente: «Valutare tutto e valutare nulla è quasi la stessa cosa, sembrerebbe esservi la tendenza a diluire le differenze per timore di creare disuguaglianze, così adottando un sistema di protezione dell’inefficienza e dell’improduttività, a svantaggio degli Atenei più virtuosi».
L’unica speranza allo stato degli atti potrebbe derivare dalla Fondazione, un ente di natura privata in grado di sostenere e di affiancare l’università nel suo ruolo istituzionale:«Nella presunzione che l’istituzione di una fondazione universitaria dell’Insubria possa contribuire alla risoluzione di molti dei nostri problemi che ci rimangono da risolvere e che presumibilmente potranno solo aumentare, abbiamo preso l’iniziativa di istituire una commissione, i cui lavori sono già in avanzata fase istruttoria, per una definizione dello “statuto” della fondazione e la ricerca dei possibili partners pubblici e privati da coinvolgere proficuamente nell’iniziativa».
Snocciolati i problemi più pressanti, però, il Rettore non ha mancato di ricordare le sfide importanti che ancora sostengono l’attività programmatrice dell’ateneo: come quello di “reclutare” gli studenti migliori, anche quelli provenienti da fuori provincia, o quello di realizzare sia a Varese sia a Como strutture di ospitalità per docenti e ricercatori che vi trascorrano un proprio sabbatico.
Obiettivi per il futuro che tornano ciclicamente nelle relazioni di apertura dell’anno accademico ma che denotano una difficoltà di crescita sottolineata anche dal rappresentante degli studenti Riccardo Artaria: «La nostra Università, divisa in due sedi, con una tradizione recente e solo parzialmente radicata sul territorio, carente di una vera e propria popolazione stabile di docenti e studenti che ne testimonino la vitalità nelle due città di Como e Varese, non può arrestarsi e limitarsi alla condizione provincialistica cui finora è limitata, ma deve invece porsi ben più alti traguardi.
La nostra Università deve prendere consapevolezza del proprio ruolo centrale non solo nel sistema formativo, ma anche nell’intera società; la strada per il futuro sviluppo dell’Ateneo deve essere, a giudizio di noi studenti, quella di un’Università che veramente e profondamente sia integrata nel territorio, diventando sede non solo di corsi e di attività didattica, ma anche punto di incontro per la vita delle due province, svolgendo un ruolo di stimolo e di aiuto per il progresso economico, ma soprattutto culturale e sociale delle nostre realtà. Questo, infatti, è a nostro giudizio il nodo principale che determina una valutazione spesso non troppo soddisfacente del nostro Ateneo sia da parte di chi lo vive tutti i giorni, sia da parte della cittadinanza.
Uno studio effettuato dalla associazione Univercomo evidenzia infatti come i giudizi espressi dalla cittadinanza sulla presenza dell’Università a Como non siano del tutto positivi; ciò non in quanto essa sia una realtà negativa, quanto piuttosto in virtù del fatto che le aspettative iniziali della città circa il valore e l’importanza innovatrice dell’Università a Como sono state non del tutto soddisfatte».
Nel corso della cerimonia è stato premiato il professor La Monaca, ordinario di chimica, ormai in pensione. L’onorificenza della "rosa comacina" è stata attribuita a Mark Droulers, amministratore delegato di Villa D’Este.
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