La mafia? Si combatte con la forza dell’amore

A Librando la conversazione con Nando dalla Chiesa, autore di "Le Ribelli", storie di donne che hanno sfidato la mafia per ridare giustizia a figli e fratelli uccisi da Cosa Nostra

Ci voleva del coraggio, a uscire fuori di casa con un tempo da lupi come quello di ieri, 28 maggio 2007.
Eppure, decine di irriducibili si sono dati appuntamento a Librando per ascoltare la testimonianza di Nando dalla Chiesa, che ha pubblicato per Melampo "Le Ribelli" storia della lotta alla mafia partendo dalle donne degli uccisi dalla mafia.
Una testimonianza, più che una conversazione con l’autore: con tutto che sia il testo che l’incontro volevano essere nel segno di un resoconto distaccato, in terza persona.

Ma non era possibile dimenticare che questo libro – di donne che sfidano il mondo mafioso per amore, che chiedono giustizia con forza sovrumana solo perchè non è fatta a proprio nome, ma a nome di chi gli è più caro e che ha perso in modo tragico – è scritto da un autore che lo strazio dei ricordi l’ha vissuto sulla propria pelle, per avere avuto il padre ammazzato dalla mafia, e che guarda con ancora maggiore ammirazione quelle piccole donne minute che hanno ribaltato la loro vita per chiedere la giustizia negata ai loro figli, ai loro fratelli.

E chi, armato di maglioni in pile, si è presentato ad ascoltare la conversazione, non aveva dimenticato. Così ha potuto ascoltare sei storie, molte delle quali vissute direttamente, da un autore che era molto più che testimone: "la storia di Saveria (Antiochia, madre di Roberto Antiochia, il poliziotto ucciso insieme al commissario Ninni Cassarà, ndr) l’ho scritta in poche ore, la conoscevo bene" esordisce Dalla Chiesa con un incipit che vuole essere da narratore oggettivo.
Ma poi prosegue "Quando lei ha cominciato a girare per l’Italia per dare testimonianza di chi era suo figlio e di come era stato ammazzato, ha vissuto spesso a casa mia, ha tenuto in braccio in miei figli. Qualche giorno fa ho persino scoperto che ha insegnato a mio figlio maggiore come piegare le camicie…".

Storie raccontate da chi ha condiviso una svolta, politica e sociale, in nome della tragedia: e di chi nella tragedia non si è chiuso, ma ne ha fatto punto di partenza per cambiare la propria vita e quella degli altri. "C’è chi mi ha detto che ho scritto questo libro con sensibilità femminile, perchè ho parlato di queste donne compenetrandomi in loro. Ma la mia non era una sensibilità femminile – ammette – quanto piuttosto quella di uno che ha vissuto le loro stesse vicende".

Non è per niente femminile, il libro, infatti, almeno per quel che la parola femminile evoca: niente retorica, niente accenti sulla tragedia o sul pianto. Persino il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, suo padre, ammazzato tragicamente dalla mafia che nelle storie ricorre più volte per necessità, visto che aveva guidato diverse importanti indagini, ricorre solo sullo sfondo, e in un modo tale che chi non conosce il vissuto dell’autore potrebbe persino immaginare che non sia suo parente. Del resto sono racconti che parlano da soli, con una forza che la retorica renderebbe solo esagerati, e perciò inverosimili.
E che quindi raggiungerebbe lo scopo contrario di questo libro: fare memoria. Che è invece il leit motiv della vita di queste sei "ribelli", ribelli ad un mondo senza giustizia, donne che non si sono più arrese davanti a niente "e l’hanno fatto per mantenere in vita, molto spesso, i loro figli, per perpetuarne la loro presenza sulla terra – spiega Dalla Chiesa – Questa è la grandissima forza che ha sostenuto la maggior parte di loro, anche nei momenti più difficili".

Un’elegia alla forza delle donne, che in queste storie vivono "la parte più dura della rivoluzione femminista, che non è fatta di gonnellone a fiori e slogan spiritosi. Ma di vestiti a lutto e di cocciutaggine nel ripetere ciò che la mafia non vuole che dicano". Raccontata da un uomo, figlio di un Servitore dello Stato, che ha cambiato per lo stesso motivo il corso della sua vita: "E cosa stia facendo io ora, l’ha capito meglio di tutti un ragazzino di una scuola media dove io una volta sono andato a parlare. Dopo aver sentito la mia storia, mi ha detto: "ma allora, quando fai le leggi tu pensi a tuo padre". Ecco, lui aveva capito quello che i miei colleghi in parlamento si ostinavano a non capire, quando mi davano del giustizialista o del moralista estremo. Io, semplicemente, quando volevano votare la Cirielli, avevo ben in mente la legittima suspicione e i processi per mafia spostati in altri tribunali che finivano male, vanificando il lavoro di chi aveva rischiato la vita per fare le indagini. Io ricordavo i pugni sul tavolo di mio padre, esasperato. E non potevo accettare compromessi". Gli stessi che non hanno accettato le sei donne protagoniste di questo bellissimo libro, che i fortunati e coraggiosi spettatori di ieri sera hanno potuto comprendere dalla viva voce del suo autore.

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Pubblicato il 28 Maggio 2007
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