Sarajevo, cuore incerottato della Bosnia

La prima puntata del diario a puntate di Michele Cimmino, giovane volontario nei Balcani

Come abbiamo detto più volte, tra i punti di forza di VareseNews ci sono i nostri lettori ed il fatto di essere un quotidiano on line, quindi raggiungibile da tutto il mondo e collegato, in qualche modo, con tutto il mondo. Grazie ad amicizie comuni vogliamo proporvi tramite una sorta di diario a puntate (come abbiamo già fatto con Un Posto al Sole) l’esperienza di Michele Cimmino, giovane laureato in scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Torino con una tesi sui rapporti economici fra Italia e Croazia e Italia e Serbia/Montenegro. Michele ha fatto diverse esperienze di volontariato nei Balcani, in Georgia e in Guatemala: dal gennaio 2007 vive a Livno, in  Bosnia, dove svolge il Servizio volontario europeo (SVE). Il primo pezzo che pubblichiamo è su Sarajevo, città che ha molto da dire e che meriterà una seconda puntata. Il diario si chiamerà, per volere dell’autore stesso, “BaccanoBalcano”

==============================================

Arrivando a Sarajevo dal nord, si percorrono gli unici trenta chilometri di autostrada dell’intero paese. Una lingua d’asfalto sopravvissuta ai bombardamenti ma con un disperato bisogno di attenzioni. Il piccolo furgone procede a rilento sorpassato da nuove e vecchie Mercedes che sfrecciano lungo la strada. Il rollio degli pneumatici sull’asfalto usurato assume un ritmo costante, lentamente mi risveglio dal torpore del viaggio. I tornanti che avevano cullato il mio sonno fino ad un attimo prima sono terminati. Ho appena oltrepassato Ilijaš e il mio sguardo fissa l’orizzonte, aspettando la città. Montagne da un lato, montagne dall’altro lato, l’impervia Bosnia continua ad accompagnare il mio viaggio. Scorgo i primi scatoloni socialisti mentre l’autostrada lentamente muore nel grande viale cittadino che conduce fino al centro. Il traffico diviene intenso al punto da rendere gli ultimi chilometri metropolitani più lunghi dell’autostrada. La Zmaja è forse meglio conosciuta come il Viale dei cecchini. Durante la guerra era il viale su cui i  serbi si divertivano a giocare al tiro al bersaglio con la gente di passaggio. Gli abitanti della città costantemente in lotta contro la mancanza d’acqua e di cibo, erano obbligati ogni giorno a inventarsi un modo nuovo per sopravvivere. Alle prese con l’elettricità scarseggiante e con le provviste che arrivavano agli orari più impensabili, la popolazione doveva prestare attenzione anche ai colpi serbi. La Zmaja è un grande viale ampio a quattro corsie accompagnato per tutto il suo corso da palazzoni grigi e sciatti, attraversandolo ci si esponeva ai fucili nemici. Oggi la vita scorre di nuovo lungo il viale dove il traffico nelle ore di punta è sostenuto e l’odore dei gas di scarico ha ormai spazzato via il fetore della guerra. Nelle giornate di mal tempo, l’anonimo profilo degli scatoloni si confonde con le nuvole che riempiono il cielo. Edilizia popolare che non vede un intervento di manutenzione da dieci anni, facciate con l’intonaco disfatto, enormi macchie di infiltrazioni d’acqua e finestre chiuse con cartoni e nastro adesivo. È questo il modo in cui Sarajevo accoglie i propri visitatori giunti da lontano.

Arrivo alla stazione degli autobus, piccola e malandata come il resto degli edifici che la circondano. Decido di raggiungere il centro della città a piedi. È una passeggiata di un quarto d’ora che mi permetterà di passare davanti ad alcuni dei luoghi più famosi della città. A pochi minuti dalla stazione c’è il palazzo del Parlamento, un altro souvenir degli anni novanta. È stato da poco rinnovato nel suo aspetto esterno grazie ai finanziamenti della cooperazione greca. Tuttavia, per circa dieci anni il suo scheletro ha vegliato sulla città e l’ha vista risvegliarsi come un anziano ormai senza forze vede le nuove generazioni crescere ignorando le tradizioni. Fino all’anno scorso nulla era cambiato dalla fine della guerra. Il Parlamento era lo stesso che le televisioni occidentali si impegnavano a mostrare alle proprie opinioni pubbliche, quasi con lo stesso accanimento con cui i cecchini serbi si erano impegnati a trasformarlo in un simbolo su cui accanirsi. All’interno l’edificio è ancora vuoto, la ristrutturazione ha riguardato solo l’esterno. Tutto ricoperto di luccicanti superfici vetrate pare ergersi a ottima metafora della strada verso cui sembra viaggiare questo paese. Un futuro che guarda all’Europa ma che si presenta per ora vuoto e senza progetti. Come la eco risuona all’interno dei grandi ambienti vuoti del palazzo, così i lamenti di un paese spogliato dalla guerra risuonano nell’aria di questa mattina di primavera.

Decido di raggiungere il centro camminando sul lungo fiume. La gente dice che una città così carica di storia e di passato non merita un simile rigagnolo. A guardarla bene, la Miljacka è un fiumiciattolo dalle acque torbide e sonnolente. Di per sé la passeggiata non offre particolari suggestioni se non per il fatto che, proseguendo in questo cammino, si giunge sul luogo dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, freddato nel 1914 da un colpo sparato da Gavrilo Princip, studente rivoluzionario serbo. La Bosnia, che appare così lontana dall’occidente, dimentica spesso di farci notare come proprio nelle sue viscere sia scoppiata la grande guerra. Quel Francesco Ferdinando che noi tutti studiamo a scuola fin dalle elementari, è stato assassinato proprio qui. Oggi un’anonima targa in pietra all’angolo della strada ricorda quell’evento. Fra le tante analisi storico-politiche di quella scintilla che provocò uno dei maggiori sconvolgimenti in Europa, mi tornano alla mente le considerazioni di Maria Todorrova nel suo “Immaginare i Balcani”. Probabilmente così diversa da quel primitivo villaggio di fango di cui parla Todorrova, la città di Sarajevo rimane tuttavia una fucina di incomprensioni e animosità non chiaramente intelligibili all’osservatore occidentale. Come un malato orgoglioso, incapace di chiedere aiuto o di mostrare le proprie debolezze, questa città prova da sempre a curarsi da sola le proprie ferite. Anziano malato colpito dalle piaghe, nei momenti in cui il male si acutizza non vuole appoggiarsi a nessuno e si sveglia ogni mattina per lavarsi e medicarsi le piaghe. Così Sarajevo, dopo essersi medicata, torna a vivere tranquilla , più forte dei sani e più capace dei forti. Sono passate molte mattine dall’assassinio di Francesco Ferdinando ma Sarajevo è ancora qui, viva e determinata. Perso in questi pensieri un po’ cupi, procedo nella mia passeggiata lungo la Miljacka fino a raggiungere la vecchia Biblioteca Nazionale. Una ferita ancora aperta nel cuore della città, l’edificio in stile austro-ungarico era uno dei simboli della cultura bosniaca. Come recita la targa all’ingresso, la notte fra il venticinque e il ventisei agosto 1992 fu dato alle fiamme dalle milizie serbe. Nell’incendio andarono perduti circa due milioni di libri e documenti non più recuperabili. “Per non dimenticare, ricorda e rimani vigile” termina la targa. Oggi, il rosso caldo della sua facciata non riesce ancora ad allontanare dal palazzo il gelo nelle vene del visitatore, intento a misurarsi con la crudeltà che ha flagellato questi luoghi. Giunti a questo punto, molti potrebbero abbandonare la lettura perché la città, descritta finora, non sembra essere certo una meta per le vacanze, ma Sarajevo è anche questo. Crocevia fra occidente e oriente, è il luogo dove per secoli islam e religione cattolica hanno convissuto una al fianco dell’altra. Passeggiando per le vie del centro, viene spontaneo domandarsi quanti altri luoghi nella vecchia e cara Europa presentino in poche centinaia di metri una chiesa ortodossa e una moschea, separate dalla cattedrale cattolica. Con il pensiero rivolto all’eterogeneità in salsa bosniaca, lascio il lungo fiume per addentrarmi nelle vie del centro. Il quartiere di Bascarsija è un intrico di vie acciottolate dove i turisti si mescolano alla gente del posto, lontani dal caos delle automobili e vicini alle tradizioni dei maestri artigiani bosniaci. Artigiani che lavorano il ferro e il rame, espongono fuori dai propri negozi le mercanzie da vendere ai turisti. Ai tradizionali piatti in rame lavorati a mano, e ai servizi da caffè turco, si sono aggiunti negli ultimi anni i bossoli dei proiettili riciclati in piccole opere d’arte a uso e consumo degli stranieri. Esempio di quel cinismo tutto balcanico, il bossolo-trattino-ferma carte è l’emblema della città che si cura le ferite e prosegue con i mezzi a disposizione. Quelle stesse pallottole che una dozzina di anni prima venivano abbondantemente elargite dai cecchini appostati sulle colline, dopo aver abbandonato l’anima in battaglia, vendono oggi il proprio corpo lavorato a mano sulle bancarelle degli artigiani. I turisti acquirenti sono la prova di quel che viene definito turismo di guerra. Dicasi turismo di guerra quello strano fenomeno per cui gli occidentali in visita alla città iniziano ad avvertire uno spasmodico e inspiegabile desiderio di comprare e portarsi via una qualsiasi cianfrusaglia che anche solo lontanamente possa ricordare la guerra. Questo al fine di poterla mostrare con orgoglio agli amici una volta tornati in patria, vantandosi del loro viaggio in una terra ancora caratterizzata dall’esotismo del pericolo. Da inguaribile romantico legato alle tradizioni, rimango dell’idea che un servizio da caffè turco sia tuttavia migliore di qualsiasi bossolo. Un negozio attira la mia attenzione più degli altri. Al suo esterno c’è una quantità ragguardevole di prodotti lavorati a mano ma non sono questi ad attirarmi, piuttosto l’aspetto di quello che scoprirò, solo dopo, essere il padrone del negozio. Dragan sembra un personaggio uscito da un film di Kusturica. Con una pancia alcolica avvolta in un pesante maglione di grezza lana blu, ha mani lunghe e magre, solcate da vene e cicatrici. La sigaretta perennemente nella mano destra, quasi fosse un prolungamento naturale delle sue dita, disegna nell’aria cerchi di fumo. Senza sosta, ne accende una dopo l’altra invitando i turisti a guardare i suoi prodotti esposti. Con l’atteggiamento di chi ha già visto tutto nella vita, la sua voce profonda e roca mi invita a comprare le tazzine da caffè che stavo osservando. Mi chiede se voglio bere qualcosa con quell’insistenza di cui solo i balcanici sono capaci. Conosco un po’ le tradizioni di questo mondo e so che rifiutare l’invito a un caffè o a una rakjia (grappa) sarebbe un gesto di grande maleducazione. Tuttavia non ho intenzione di comprare nulla perchè oggi è il mio primo giorno in Sarajevo e avrò tempo di farlo successivamente. Decido comunque di accettare l’invito e Dragan, con un semplice sguardo al bar di fronte, ordina un caffè per il sottoscritto e una rakjia per lui. Il linguaggio fatto di gesti e di sguardi, di parole non dette e silenzi incomprensibili. La gente della carsija (mercato; per estensione il centro cittadino) è una cosa sola e mille persone allo stesso tempo. La vita scorre lenta con i propri tempi e le proprie voci. Tutti si conoscono e si riconoscono in questa vita. Lo straniero rimarrà sempre straniero. Non è un problema linguistico o una questione anagrafica. É questo il fascino della carsija. Catapultarsi in un mondo diverso dove donne col velo e uomini stanno seduti assieme in un caffè, bevendo e scherzando. Perso nella contemplazione, vengo ridestato dall’arrivo del caffè. Anche nel modo in cui viene offerto, il caffè ricorda l’importanza delle tradizioni. Il bricco in cui viene servito, la džezva, solitamente di rame e lavorato a mano, fa bella mostra di sé sul vassoio assieme alle due tazzine senza manico (fildžan). Ci sono due tazzine poiché in una si versa il caffè mentre nell’altra ci sono le due immancabili zollette di zucchero. Mentre aspettiamo che il caffè si depositi sul fondo, Dragan inizia a parlarmi di quanto sia bella la sua città. I suoi occhi lucidi e pieni di alcol parlano da soli. Non menziona mai la guerra ma capisco che quando mi spiega come sia dura la vita, sta parlando di quanto è accaduto. Non ha mai abbandonato la città ed è fiero di aver sempre vissuto qui, nessuno mai lo convincerà a lasciare questo posto. È ancora mattina e non ho assolutamente voglia di essere coinvolto in nessuna discussione politica sulle responsabilità e su quanto sia successo qui negli anni novanta. Ho imparato presto che l’argomento è ancora un tabù che può essere affrontato solo quando vogliono loro. Io rimango uno straniero e come tale non oso intromettermi. Seduto accanto a Dragan, questi emana un odore che è un misto di alcol e cipolla, i suoi denti gialli hanno assaporato molte sigarette ma senza esitazioni si barcamenano in uno sproloquio di parole.

Da buon vecchio jugonostalgico quale si dimostra, il suo fiume di parole porta a galla i ricordi del passato. Le memorie di un paese dove in fondo si viveva bene, un paese prospero e rispettato in tutto il mondo di cui non ci si poteva lamentare. Evito di interromperlo e tengo per me le considerazioni sul fatto che quel paese fosse comunque guidato da una dittatura. Da molti considerata morbida, ma pur sempre una dittatura. Non so quante volte ho sentito parlare del passaporto jugoslavo accettato in tutto il mondo, e di quel leader stimato e benvenuto in tutte le cancellerie, da Washington a Mosca, da Nuova Delhi a Berlino. Consapevole della difficoltà di arginare il fiume di parole, giunge il momento più difficile di ogni mia conversazione balcanica. Ho terminato il mio caffè ed è il momento di prendere commiato. Sarà forse per timidezza ma non riesco mai a trovare le parole e il momento giusti per salutare. L’ospitalità bosniaca è stupefacente al punto da mettere in difficoltà gli ospiti talvolta. Con la massima educazione di cui sono capace mi divincolo dall’insistenza di Dragan a rimanere con lui per un altro caffè. Saluto e vado via con l’idea però di tornare una sera, se la mia breve visita in città me lo consentirà.

Il resto della mattinata trascorre placidamente. Al silenzio della città ancora addormentata di poche ore prima si è sostituito il brusio dei turisti. Ho appuntamento con Salim, un amico che mi ospiterà in città, solo nel primo pomeriggio. Inizio dunque a pensare al pranzo e la mente vola immediatamente ai piatti della gustosissima cucina bosniaca. Mi fermo in uno dei tanti locali di Bascarsija per mangiare una porzione di ćevapi, piccole polpette di carne macinata di agnello o manzo fatte alla griglia e servite nel pane arabo ancora caldo. Il tutto accompagnato dal kaimak, un formaggio della stessa consistenza del burro e con una incalcolabile quantità di calorie. Scelgo un tavolo vicino alla grossa finestra che da sulla strada, osserva la vita che fuori scorre senza particolari ansie e provo a immaginare come doveva essere questa città poco più di dieci anni prima. Non ho idea di che cosa sia una guerra e tanto meno desidero saperlo, mi domando invece se noi abbiamo compreso appieno che gli eventi degli anni novanta sono avvenuti nel cortile di casa. La pacifica Europa ha permesso che la violenza dei nazionalismi provocasse una nuova tragedia al proprio interno, a cinquanta anni di distanza dalla fine del secondo conflitto mondiale. Cito a memoria le parole di un report scritto dal Segretario Generale delle Nazioni Unite durante la guerra, il quale affermava che in Bosnia e Erzegovina si stesse conducendo una guerra mondiale nascosta dove tutte le forze mondiali erano coinvolte e, sul paese stesso, si riversavano tutte le contraddizioni dell’ordine mondiale a cavallo fra i due secoli.

Con gusto i ćevapi vanno via uno dopo l’altro. Un’occhiata all’orologio, ho ancora tempo per una sigaretta prima di andare. Per noi fumatori incalliti, il valore aggiunto di un locale dove è permesso fumare non si può descrivere. Finita la sigaretta, pago e vado via. Il mio primo pranzo a Sarajevo supera l’esame a pieni voti.

Fra poco incontrerò di nuovo il mio amico Salim ma questa è un’altra storia che mi riservo per la prossima volta.

Tutti gli eventi

di marzo  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

Redazione VareseNews
redazione@varesenews.it

Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.

Pubblicato il 03 Maggio 2007
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.