Medicine alternative, l’integrazione è la via da seguire

Il Senatore Paolo Rossi interviene sull'iter legislativo riguardante un disegno di legge sulle medicine non convenzionali

Di seguito pubblichiamo l’intervento del Senatore Paolo Rossi sulla medicina complementare

La medicina complementare

(Roma, 5 giugno 2007: intervento al Convegno sull’iter legislativo al Senato riguardante un disegno di legge sulle Medicine Non Convenzionali)

Spesso ci troviamo ad affrontare argomenti che da molti vengono considerati di scarso rilievo, legati a interessi marginali, o tutt’al più confinati nella cerchia ristretta degli addetti ai lavori.

L’esperienza politica insegna che le cose grandi non annunciano nulla. Sono le piccole che annunciano le grandi. È il caso della cosiddetta medicina complementare o, per dir meglio – secondo definizione più precisa – quella delle Medicine Non Convenzionali (MNC): rispetto alle quali oggi si avverte con forza l’esigenza di una legge che possa far chiarezza, proprio in quanto ci troviamo dinanzi a una materia variegata, dalle molteplici implicazioni a diversi livelli, e che è stata sempre sospesa fra fastidio e fascino, certezza e sospetto, orgoglio e pregiudizio.

Non voglio entrare nel merito dello specifico tecnico, che altri sapranno far meglio di me. Mi limiterò pertanto a qualche osservazione di carattere generale.

Naturalmente qui non si vuol sostenere la tesi di una medicina complementare in antagonismo – se non addirittura sostitutiva – con quella allopatica. Ritenere la psichiatria una pratica medica coerente, non fa della psicoterapia o della psicoanalisi un gioco solitario e autoreferenziale.

Credo che la strada, peraltro già tracciata, debba esser quella dell’integrazione. Ed è in questo senso che si deve raccogliere tutto il buono che già è stato fatto, sia al livello nazionale, sia nelle singole realtà locali (Toscana ed Emilia Romagna in testa).

Ma è proprio qui, all’interno del concetto di integrazione, che avvertiamo e possiamo toccar con mano le contraddizioni della nostra società.
L’Italia è un Paese che, come il resto del mondo occidentale, si è andato progressivamente informatizzando e globalizzando, e che, in specie negli ultimi due decenni, ha cambiato i suoi connotati, trovandosi a dover affrontare questioni di inedita ampiezza circa l’integrazione (politica, religiosa, culturale). Ora l’integrazione del sistema sanitario, rispetto alla medicina complementare è non solo un allargamento e un esigenza normativa di cui si avverte la necessità, ma un singolo aspetto di una moderna società integrata come quella italiana che denuncia, rispetto al resto d’Europa, inefficienze e ritardi. Basti dire che le medicine omeopatiche in Francia costano un terzo che da noi, per non parlare della facilità a reperirle.

Io credo che la capacità di integrazione, nelle sue diverse declinazioni, e a fronte dei mutamenti cui prima accennavamo, sia una polizza di assicurazione per il futuro.

Interagire vuol dire "agire fra": vuol dire saper operare nella diversità e nel rispetto del singolo. Quando penso all’articolo 1 della nostra Costituzione (di una Repubblica cioè, basata sul lavoro) mi viene spontaneo interrogarmi: e tutti coloro che non lavorano? E il lavoro nero? Il lavoro sommerso? E tutti coloro che quotidianamente muoiono sul posto di lavoro? Io credo che meglio sarebbe se il dettato costituzionale facesse riferimento ai diritti e ai doveri dell’individuo, e al rispetto della persona.

Come vedete un dato solo apparentemente marginale come la medicina complementare può invece finire per costituire la punta di un iceberg.
L’Italia è preda di una serie di ischemie ideologiche, che impediscono o comunque ostacolano – giacché radicate in una società fortemente e storicamente corporativa – la capacità d’innovazione, di crescita e di cambiamento. Può sembrare, lo so, il solito ritornello ormai stantio: ma se non si inverte la rotta, l’Italia è destinata a rimanere indietro, confinata in quella pittoresca capacità di arrangiarsi che non restituisce più, tuttavia, a differenza di cinquant’anni fa e del dopoguerra, l’immagine del Paese reale.

Una possibile integrazione, a diversi livelli, tanto più sarà realizzabile quanto più si riusciranno a rimettere in carreggiata ricerca e sviluppo.

Valorizzare nel modo giusto la medicina complementare, nel rispetto di quei dieci milioni di italiani che vi fanno ricorso (un fenomeno che comincia dunque a farsi strada fra quote significative della popolazione), è un primo passo. Ma altri ne devono seguire.

È chiaro che normare questa materia significa implicitamente ridiscutere l’inquadramento e la formazione del personale medico e paramedico. Ma occorre affrontare il problema della formazione rispetto agli insegnamenti universitari e a un rilancio il più possibile esteso della ricerca in queste discipline del sapere.

Non è sufficiente il mercato dell’euro o avere un campionato a venti squadre per sentirci in Europa. 
Questo è un Paese che perde i suoi studiosi migliori e la cui propensione a fare ricerca si può sintetizzare in cinque parole: si spende poco e male. In Italia, per ricerca e sviluppo, in relazione al PIL, si investe poco più della metà della media dei paesi dell’Europa a 25, e decisamente meno che nei principali Paesi industrializzati.

È urgente allineare la consistenza dei finanziamenti agli standard europei (in sostanza almeno raddoppiarli); rivedere le modalità di assegnazione delle risorse adattando gli schemi che sono stati efficacemente sviluppati negli USA o nel nord Europa (applicazione di criteri meritocratici nella distribuzione dei fondi ed effettiva valutazione dei risultati ottenuti ad opera di commissioni di esperti anche internazionali); ridiscutere la struttura dei concorsi in ambito universitario e negli enti di ricerca (criteri certi e definiti riducendo i margini di libertà delle commissioni).

Vincere le logiche feudali che governano lo stanziamento dei fondi per la ricerca vuol dire ampliare la capacità propulsiva del Paese. C’è però anche bisogno di informazione, di conoscenza. Occorre che tutti facciano sentire, nei temi e nei toni adeguati, la loro voce.

Un disegno di legge volto a normare una materia così complessa è un primo passo significativo. È un tavolo di confronto cui un Paese moderno non può non sedersi, rischiando di affacciarsi sulla scena internazionale come il fanalino d’Europa.

Occorre però concretizzare una buona dose di apertura culturale. Mai come oggi non è pleonastico sostenere che la medicina – a prescindere dagli approcci – abbia nel suo insieme sempre più bisogno di crescere e strutturarsi attraverso un’attenta valutazione complessiva del malato.

Rudolf Steiner già ottant’anni fa, a questo proposito e riguardo alla medicina antroposofica da lui sviluppata insieme con la dottoressa olandese Ita Wegman, insisteva su una medicina che «non è negazione di quella tradizionale ma, piuttosto, un approfondimento ed un ampliamento indirizzato alla conoscenza della malattia in funzione del malato, delle sue storie psicologiche, delle sue esperienze, della sua biografia considerando l’uomo come meravigliosa unità inscindibile di corpo, mente ed anima». Trovo questo pensiero attualissimo.

Non un’alternativa quindi, un’assurda forma di possibile cura sostitutiva, non un’opposizione ma un implemento, un possibile accrescimento, molto più semplicemente un «formidabile aiuto» che merita, unitamente ad altre discipline complementari sempre attraverso un approccio e un riconoscimento rigorosamente scientifico, considerazione, dignità nel superiore interesse che, naturalmente, è quello dei malati.

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Pubblicato il 07 Giugno 2007
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