Un viaggio chiamato Bosnia Erzegovina

La quarta puntata del viaggio di Michele Cimmino, volontario in Bosnia Erzegovina con il Servizio Volontario Europeo

Quella di oggi sarà una puntata in movimento, senza nomi di luoghi o leggende di famosi monumenti. Sarà la narrazione di uno dei tanti spostamenti su e giù per il paese. Il sottoscritto, accompagnato da una scatola di sardine avuta in prestito per alcuni giorni, ops…ho scritto scatola di sardine? Mi correggo subito, intendevo automobile. Non vi preoccupate, avrete modo di scoprire a che cosa affido la mia incolumità. 

Viaggio nella mia quasi-auto lungo una delle tante strade deserte. È un luogo imprecisato, un non-luogo che assomiglia a tanti altri nel paese. Non sono i brulli pianori carsici o i picchi delle Alpi Dinare a rendere i paesaggi simili. È l’atmosfera, quella sensazione di sperduta desolazione che ti accompagna nel tragitto da un paesino all’altro, senza distinzione. Dal nord della Bosnia al sud dell’Erzegovina, ogni villaggio si è lasciato circondare da spettrali fabbriche abbandonate e carcasse di autobus, case bombardate e vecchie stazioni ferroviarie in disuso. Fa parte del fascino di questo paese, o ti colpisce o non lo capirai mai. Si risveglia la crescente curiosità di sapere, o anche solo di immaginare, come fosse la vita in ognuno di questi luoghi prima dei funesti anni novanta. La natura non è cambiata, con i suoi fiumi dall’acqua color smeraldo, le rocce aspre e dure battute dal vento e le strette e inerpicabili vallate mozzafiato dove, con la testa all’insù, fatichi a vedere la cima.  

Esiste un elemento che distingue alcuni posti da altri, rendendoli distanti e inavvicinabili: le mine. Le stime ufficiali parlano di circa un milione di mine antiuomo ancora presenti sul territorio, il processo di individuazione e sminamento procede però così lento che nessuno concorda sull’eventuale fine della pulizia. Un milione di mine significa una  mina ogni quattro abitanti, bambini compresi. I campi minati sono presenti in gran parte del paese. Segnalati su mappe e cartelli stradali, rimangono tuttavia una presenza ingombrante, con quel assordante silenzio fatto di recriminazioni e sensi di colpa per quanto accaduto.

La strada su cui mi trovo a viaggiare è stata, durante gli anni novanta, uno dei tanti teatri di guerra, nemmeno uno dei più cruenti. È un ampio pianoro carsico in cui una sottile striscia d’asfalto procede sinuosa e ininterrotta per chilometri. L’auto avanza lenta  sotto la pioggia battente mentre i tergicristalli faticano a liberare il parabrezza dall’acqua che cade e soffoca la vista. Ai bordi della strada, campi minati si estendono per chilometri. Segnalati da piccoli cartelli rossi con un teschio disegnato, avvisano i viaggiatori del pericolo mine, sconsigliando loro di abbandonare la strada asfaltata. Fatico a vedere i cartelli, la pioggia insiste e distogliere l’attenzione dalla guida potrebbe essere pericoloso. L’auto su cui viaggio, finalmente vi confesso di cosa si tratta, è una vecchia Yugo Koral 45 con i suoi anni sulle spalle. Doveva essere il coronamento dei sogni dell’industria automobilistica jugoslava ma, per usare un eufemismo, non ha mai dato grosse soddisfazioni. Durante gli anni ottanta, provarono a venderla negli Stati Uniti al grido di Yugo, you go…ma non è mai andata in molti luoghi. In compenso è la protagonista di molte barzellette, segno del fatto che rimane un personaggio vitale nell’immaginario collettivo jugoslavo. Sapete quale è la differenza fra la Yugo normale e il modello Yugo Sport? Quest’ultima viene venduta con un paio di scarpe da ginnastica sul sedile posteriore. Oppure sapete perché le Yugo hanno esternamente i bocchettoni per l’aria calda sul retro? Almeno non ti si raffreddano le mani quando sei costretto a spingerla d’inverno. Come potete notare, sono sempre pronto a spendere qualche parola di conforto per questo vecchio mito.  

Ritorno alla vecchia Yugo che sto guidando. Piccola e arrugginita, me la immagino vista dall’alto. Una scatoletta rossa che lenta procede, curva dopo curva, arrancando ad ogni piccola salita. Un infiltrazione sul tettuccio e goccia dopo goccia il sedile del passeggero si inzuppa. Nel mangiacassette un vecchio nastro canta …Sweet home Alabama, where the skys are so blue…anche la musica ci si mette, mai visto un cielo così nero. Provo a girare la cassetta ma non trovo il modo di tirarla fuori dal mangianastri. A ogni tasto che premo, un susseguirsi di striduli rumori. Desisto e torno a osservare il cielo plumbeo di questa Alabama nostrana.  Fra le fredde lamiere dell’auto, l’umidità si insinua in ogni dove così come una strana sensazione di insicurezza mi pervade. I territori minati sono segnalati e io rimango saldamente alla guida dell’auto. Due luoghi diversi, asfalto da un lato e terra dall’altro. Due mondi separati da una strada di campagna. La sottile striscia grigia è forse troppo piccola e claustrofobica, assediata da prati e aspre rocce. Cerco dentro di me quella freddezza necessaria a rassicurarmi del fatto che il pericolo delle mine rimane distante. La strada è percorsa da centinaia di automobili ogni giorno. Viaggiatori che non prestano nemmeno più attenzione al paesaggio che sonnolento corre al loro fianco. Sono cosciente del fatto che il pericolo sia lontano e segnalato ma non basta. Un campo minato assomiglia all’anticamera della fine. Lasciato l’asfalto e oltrepassato il terrapieno, cadono tutte le certezze. Dovrei sentirmi sicuro nell’auto che fugge lontano da questi prati ma non lo sono. Provo a soffermarmi su che cosa sia realmente un campo minato. Avete visto No men’s land, l’ultima scena del film, quella in cui la telecamera si allontana dal volto dell’uomo che comprende come non lo attenda niente altro che la morte? Il terrore che lentamente inizia a leggersi in viso, gli occhi sgranati e quelle pupille grandissime che implorano aiuto. È caduto su una mina ed è impossibile disinnescarla, tutti lo abbandonano ed è costretto a rimanere da solo. In un certo senso è padrone della propria vita perché deciderà da solo l’attimo esatto in cui vorrà morire. Al suo primo movimento, tutto finirà. Con queste immagini nella mente, passo per la prima volta accanto a un campo minato. È una fastidiosa sensazione che va al di là della razionalità. Un passo sbagliato e non si torna indietro. Consapevole del fatto che non mi accadrà una cosa del genere, mi concentro alla guida della mia vecchia Yugo per passare il più in fretta possibile i campi. 

Sullo sfondo si fa avanti l’ennesimo villaggio con case abbandonate all’ingresso. I tetti caduti e le pareti vittime dei mitragliamenti sono un monito a non dimenticare, o un incentivo a ricordare e rinfocolare l’odio, dipende dai punti di vista. Il villaggio si trova al fondo di una piccola vallata, circondato da morbidi pendii ricoperti di pinete. Per la vegetazione, potremmo essere in un paesino delle nostre Alpi ma l’aspetto architettonico ci riporta subito ad Est. Individuo il minareto che bianco riluccica sopra una serie di case in parte bombardate. Subito dopo riconosco il campanile della chiesa ortodossa, avvolto da impalcature, lascia intravedere la sua caratteristica cupola tondeggiante. Infine, in posizione leggermente più distante dal mio punto di osservazione, scorgo il campanile della chiesa cattolica. Quella che all’inizio sembrava la caratteristica di una terra esotica, è ormai diventata parte integrante del mio panorama  visivo. Non mi stupisco più di vedere i tre edifici assieme in ogni cittadina. Ennesima riprova di terre che appartengono a tutti e a nessuno. Luoghi a cui il concetto di proprietà non dovrebbe essere applicato. Mi torna alla mente una novella di Ivo Andrić, “Lettera del 1920”. Un testo che rimase quasi clandestino anche durante l’epoca titina perché distante dalla dottrina ufficiale della fratellanza e unità fra gli Slavi del Sud. Lontano da quel sogno di uguaglianza e pari dignità fra tutti i popoli e tutte le religioni. C’è un breve passo dell’opera di Andrić che riporto qui di seguito. Lui meglio di me sa esprimere queste differenze che io ancora non capisco pienamente. A volte sembrano una ricchezza culturale, a volte sono semplicemente differenze che fomentano un odio ancestrale e ingiustificato. Non so chi a ragione, forse tutti, forse nessuno. Oggi vi lascio con le parole di Andrić, bosniaco di nascita, croato di nazionalità e serbo d’adozione. “Chi soffre d’insonnia può sentire strani suoni nella notte cittadina. Pesantemente e con sicurezza batte l’ora della cattedrale cattolica: le due dopo mezzanotte. Passa più di un minuto (esattamente settantacinque secondi, li ho contati) ed ecco che si fa vivo, con suono più flebile, ma più penetrante, l’orologio della Chiesa ortodossa, e anch’esso batte le due. Poco dopo, con voce sorda, lontana, il minareto della moschea imperiale batte le undici: ore arcane, alla turca, secondo strani calcoli di terre lontane, di parti straniere del mondo. Gli ebrei non hanno un orologio proprio che batte le ore, e solo Dio sa qual è in questo momento la loro ora, secondo calcoli sefarditi o ashkenaziti. Così, anche di notte, mentre tutto dorme nella conta di ore deserte d’un tempo silenzioso, è vigile la diversità di questa gente addormentata, che da sveglia gioisce e patisce, banchetta e digiuna secondo quattro calendari diversi, tra loro contrastanti, e invia al cielo desideri e preghiere in quattro lingue liturgiche diverse. E questa differenza, ora evidente e aperta, ora nascosta e subdola, è sempre simile all’odio, spesso del tutto identica ad esso.”

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Pubblicato il 16 Giugno 2007
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