«Il Partito democratico è come il punto “G”. Nemmeno Veltroni sa dov’è»
Antonio Cornacchione e il cantautore Carlo Fava fanno il pieno di pubblico alla Festa dell'Unità. Irriverente con tutti i politici
«Il punto “G” è la cosa più misteriosa dopo il partito democratico. Nemmeno Veltroni sa dov’è». Nel tempio dei diesse varesini, Antonio Cornacchione non risparmia nessuno, nemmeno il futuro leader del Partito Democratico.
Il suo spettacolo "Satire liriche" , che fa il tutto esaurito alla festa dell’Unità alla Schiranna, è un vero capolavoro di irriverenza. Cornacchione prende di mira naturalmente Silvio Berlusconi «che non è potuto venire perché impegnato a contare le schede», ma affonda anche su Pierluigi Bersani, uno «che costringe la gente ad andare a lavorare per forza e non puo’ più parlare con farmacisti e notai. Uno che i tassisti lasciano sempre a metà strada, in aperta campagna»; spernacchia Romano Prodi e la sua maggioranza «Siete attaccati con lo sputo. Un raffreddore alla Montalcini e siete finiti»; crocifigge Andreotti «che non è mafioso. Ma non ha fatto niente contro la mafia».
Nella terra del Carroccio non poteva mancare una battuta su Umberto Bossi: «È andato Silvio a casa sua e gli ha detto: "Alzati e cammina" e lui sta già meglio…sono anni che gli italiani fanno lo sciopero fiscale. Bossi parte dal lotto perché dà i numeri».
Cornacchione ha nel cantautore Carlo Fava «uno rifiutato dal Felstivalbar» una spalla ideale. I due sono amici e si vede. C’è molta naturalezza nell’alternarsi di musica e parole, con una band di ottimo livello a partire dal basso di Beppe Quirici, già produttore artistico di Ivano Fossati, per continuare con le percussioni di Vittorio Marinoni e la chitarra di Silvio Masanotti. Cornacchione è lo zucchero sulla medicina amara che Carlo Fava somministra al pubblico, con le sue canzoni intelligenti e profonde, degne della migliore stagione di Giorgio Gaber. Come “In caduta libera dall’ottavo piano” , canzone scritta nel 1993 e portafortuna del cantautore.
Cornacchione improvvisa con abilità e si lascia trascinare nel tormentone «Povero Silvio» solo nel bis che lui stesso invoca in una finta telefonata fuori scena del Cavaliere. La gente ride e si diverte, interviene sulle battute del comico che si muove sul palco come Totò quando faceva la marionetta.
C’è spazio anche per raccontare di una partita di pallone nel giardino di Arcore. La squadra degli inquisiti sfida quella degli incensurati, partita impossibile perché «erano tutti indagati. Abbiamo dovuto rifare le squadre, quelli indagati con avviso di garanzia e quelli senza».
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