Beate Müller: una vita tra i costumi
La nuova direttrice vendite della Parah racconta la storia di un successo e il modello organizzativo dell'azienda gallaratese
Il mare è la sua passione ed è diventato il suo lavoro. Beate Müller è da poche settimane la nuova direttrice vendite della Parah per l”Italia.
Tedesca, vive nel nostro paese da quindici anni. "Sono innamorata di questa terra. Come tutti gli stranieri adoro il bello, la cucina, il sole. Sono sempre in giro e pur vivendo qui vicino, a Solbiate Comasco, conosco poco il Varesotto".
Come è arrivata alla Parah?
«Negli ultimi sei anni ho lavorato come direttore commerciale di un’azienda tedesca sempre nell’intimo mare. Prima ancora, per otto anni, per una realtà che produceva tessuti per il mare».
Che differenza c’è a lavorare per un’azienda italiana?
«Qui c’ è un rapporto molto più umano. In Germania è tutto più freddo, funzionale solo alla produzione e al lavoro. Non è vero che questo garantisca una maggiore capacità organizzativa perché le aziende italiane con cui ho lavorato sono molto buone. La Parah in particolare ha un’ottima organizzazione».
Come si sviluppa il suo lavoro?
«Abbiamo due collezioni: una estiva che viene presentata nel maggio dell’anno precedente e una autunnale. Il lavoro prevalente è per la prima. In quel periodo io passo una settimana in azienda e il resto del tempo in giro per tutta Italia dove abbiamo 22 agenzie di rappresentanza a questi si aggiungono poi i punti vendita di proprietà e alcuni in partnership».
Questo richiede una buona conoscenza del territorio?
«Sì. Lei è meglio di un navigatore satellitare, – racconta Consuelo Casero, responsabile delle risorse esterne di Parah, – quando abbiamo saputo che era libera non ce la siamo fatta scappare».
Negli ultimi anni come è cambiato il mercato?
«Sono cambiate le esigenze delle donne e la realtà oggi è ancora più stratificata. Da una parte ci sono le persone che hanno una buona capacità economica e fanno le scelte sulla base della qualità e dall’altra chi deve accontentarsi di prodotti di basso prezzo. Noi non abbiamo nessun problema a vendere costumi da duecento euro mentre il resto del mercato soffre molto».
Avete una forte concorrenza?
«Dieci anni fa quando si parlava di intimo e di costumi si pensava subito a Parah e alla Perla. Oggi tutti producono. È cambiato completamente il mercato. Qualsiasi stilista o produttore fa di tutto, però nella fascia alta noi restiamo ancora i leader».
Questo ha portato anche a un cambiamento del prodotto?
«Certamente, anche se lamentiamo ancora una certa "ignoranza" da parte delle consumatrici. Prenda il caso dei reggiseni. Solo qui in Italia si acquistano ancora in base alla semplice analisi della taglia e non della coppa. Noi lavoriamo molto sulla alta vestibilità, ma spesso non è capito».
Come mai per il marchio Parah puntate solo sul made in Italy?
«Perché siamo i numeri uno per qualità e quindi occorre mantenere uno standard alto di produzione e lo si può fare solo controllando il prodotto in ogni sua fase di lavorazione. Non basta avere una buona idea, un buon modello, poi occorre realizzarlo bene».
Quanto avete risentito della Cina?
«Tanto, come tutti quelli che lavorano nel tessile. La risposta però è stata pronta, abbiamo elaborato nuove strategie e negli ultimi quattro anni questo ci ha permesso di mantenere una situazione di stabilità. La nostra produzione raggiunge un milione di pezzi per un fatturato di oltre 30 milioni di euro. Ci avvaliamo della collaborazione di società a noi collegate che fanno ricerca e sviluppo. I prodotti sono poi realizzati da terzisti che lavorano qui in zona».
Come è cambiato il ruolo delle donne in azienda?
«Tanto. Solo dieci anni fa, pur parlando prevalentemente di intimo femminile era quasi impensabile una donna nel mio ruolo».
E la tecnologia quanto incide?
«Tantissimo sia per la produzione che per la comunicazione. Oggi con gli stilisti, le modelliste e altri fornitori si usa internet e questo ci abbatte tempo e costi. Quanto al consumatore però siamo ancora legati a modelli tradizionali di rapporti. Per avere una reale interazione ci vorrà ancora una generazione».
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