Insubria’s Biopark, il piccolo lieto fine della Vicuron
Dopo tanti anni di battaglie dei ricercatori dell'azienda nata dalle ceneri della lepetit, la ricerca in quello storico centro alla fine ha resistito. Malgrado la mobilità
Quello che ieri è stato salutato come l’inizio dell’ottavo bioparco d’Italia potrebbe essere anche il lieto fine di una storia emblematica per la ricerca italiana: quella della Vicuron.
L’azienda, nata dalle ceneri dell’ex centro ricerche Lepetit grazie all’impegno dei ricercatori che ci lavoravano dentro, ha resistito agli “attacchi del mercato” per dieci anni e ha poi ceduto all’acquisto della Pfizer, multinazionale del farmaco già più volte “accusata” di fare incetta di brevetti, lasciando personale e laboratori al loro destino.
Una situazione che ha visto in prima linea per mesi e anni la battagliera Rsu dell’azienda, che lottava innanzitutto affinché un pezzo importante e vivace di ricerca italiana non morisse, ottendo l’interessamento delle istituzioni: quello che ora è il Biopark, infatti, è il frutto del dialogo tra il presidente della provincia di Varese Marco Reguzzoni e
Non per niente è difficile mantenere in vita quei laboratori. Ci vogliono infatti realtà che si sobbarchino anni di spese molto forti, dall’esito incerto: o la scoperta del secolo e il grande business farmaceutico, o il collasso.
Da lì, il guizzo di fantasia del parco tecnologico e dell’incubatore di aziende – che altro non vuol dire se non un luogo dove gli ex ricercatori dipendenti provano a mettersi in proprio, in un ambiente protetto e a minor costo – come l’Insubria’s Biopark. Che aveva bisogno di partner lungimiranti, e li ha trovati. Ma i lavoratori Vicuron, che sono stati anche 130 e al momento in cui
Almeno 10 di loro dovrebbero far parte del cuore del Biopark: si occuperanno infatti della Ceppoteca, “l’archivio” degli estratti biologici che ha già una banca dati di 166mila unità provenienti dall’ex patrimonio Vicuron, che lo rendono già ora una delle banche dati più fornite al mondo. Altri non sono più lì, ma sono già stati assunti in altri istituti di ricerca o sono passati all’insegnamento. L’altra metà, invece, è ancora in mobilità.
Il lieto fine, dunque, non riguarda tutti i lavoratori del combattivo centro: quanto piuttosto il fatto che in quel luogo storico della ricerca farmacologia italiana ci sia ancora spazio per riprovarci.
In bocca al lupo a tutti.
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