Vincenzo Salemme: «Il mio faro è sempre il pubblico»

Il popolare attore e regista ci racconta il suo spettacolo in passaggio all'Apollonio, da venerdì a domenica

Tutto quello che tocca diventa un successo: dalla tv al cinema, per il quale sforna annualmente titoli da botteghino. La sua vera passione, però, rimane il teatro, che ormai lo considera il suo re della commedia. Stiamo parlando di Vincenzo Salemme, il popolare attore in passaggio proprio a Varese dal 22 al 24 febbraio con "Bello di Papà", la commedia con i maggiori incassi durante la scorsa stagione teatrale.

Bello di papà è anche la risposta di Salemme alla famiglia italiana che cambia, trattando la storia di un eterno Peter Pan che si ritrova improvvisamente "papà" di un suo caro amico, ridotto allo stato d’infanzia durante una seduta di ipnosi. Ma come sta cambiando la famiglia italiana? In meglio o in peggio? Per capirlo l’abbiamo chiesto allo stesso Salemme.

Qual è il tema principale di questa fortunata commedia?
«“Bello di Papà” è una commedia sul complesso mondo dei rapporti generazionali, che giostra tra la personalità di figli che non sono più figli e di padri che hanno paura di essere padri, giocando su una girandola di colpi di scena con scambi di ruolo. Premettendo che io non ho figli, posso dire di aver avuto modo di conoscere le dinamiche di questo rapporto frequentando le coppie dei miei amici che invece ne hanno. Osservando con attenzione soprattutto il ruolo dei padri, mi sono accorto che, mentre le mamme sono naturali ed hanno una propensione ad accudire direi innata, negli uomini tutto questo è completamente da inventare, e devono lottare costantemente con la sensazione di sbagliare e di non essere mai all’altezza”. Con questa commedia metto in evidenza la crisi che vive il maschio che diventa padre, raccontando la difficile e per lui sconosciuta vita di tutti i giorni da trascorrere insieme al nuovo venuto».

Con questo spettacolo sta lavorando con un cast nuovo, con nuove spalle. Come si trova?
«Sono tutti attori napoletani, alcuni lavorano con me da tanti anni, altri come Massimiliano Gallo sono una bella scoperta, ha un grande talento comico, che spero si riveli al pubblico. Quando dirigo cerco sempre di ricavare per ognuno di loro un ruolo da protagonista, perché ciò che stiamo raccontando non diventi una cosa noiosa, né per loro né per il pubblico che lo sta seguendo».

Come le è venuta l’idea di recuperare il canovaccio del 1996 su cui si basa questa commedia?
«La prima stesura risale infatti al 1996; l’ho ripresa quest’anno riscrivendola quasi tutta, alla fine ciò che è rimasto di quel canovaccio è stato solo lo spunto iniziale. “Bello di papà” è un work in progress, perché viene ogni volta limato a seconda di dove necessita. Il risultato è una commedia brillante che racconta il rapporto che si instaura tra padre e figlio, mettendo i evidenza che, nonostante il trascorrere del tempo, i figli per i genitori non crescono mai».

"Bello di papà" è stato lo spettacolo di maggior successo della scorsa stagione teatrale, qual è il suo segreto?
«Quando scrivo un testo teatrale, per prima cosa lo metto in prova e poi lo aggiusto sugli attori perché spesso le parole scritte non funzionano alla stessa maniera di quando vengono recitate. Il mio faro guida è sempre il pubblico, se a loro non piace mi sento male, ed aggiusto il testo. Io non sono uno dei tanti che afferma a me non importa se quello che faccio non piace, anzi, è un po’ come quando si invita qualcuno a cena, si vorrebbe che mangiasse con gusto tutto proprio perché hai fatto del tuo meglio cucinando per lui. Il pubblico in questo senso è come un bambino, e chiede quello che lo diverte di più, non lo trovo mai fuorviante, se non si diverte la colpa è di chi è sopra al palcoscenico, e non il contrario».

Lei ha avuto esperienze in tv e continua a sfornare anche film per cinema. Se dovesse scegliere tra cinema, tv e teatro? Solo uno… e perché.
«Il teatro è la mia vita. Se volessimo utilizzare una metafora che ricorda l’aspetto culinario, il teatro è il mio fondo, un po’ come un cuoco che ha tutte le salse e i preparati con cui poter fare tutte le salse. Continuando con la metafora, il cinema è un piatto, un delizioso gateau; al cinema non ho le possibilità enormi di spaziare libero che ho in teatro. E infine la televisione è proprio un assaggio, ho fatto talmente poco, e quando l’ho fatto, l’ho fatto come fosse teatro».

Chi vuol provare la cucina di Salemme, quindi, è invitato all’Apollonio. Ma questo non è l’unico appuntamento da non perdere: l’attore infatti incontrerà il pubblico anche al Teatrino di via Sacco, sabato 23 alle 18.

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Pubblicato il 21 Febbraio 2008
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