Giallo in barca a vela, testimonia la figlia della vittima
È entrato nel vivo il processo in Corte d'Assise a carico di Pietro Colombo. L'imprenditore-velista gallaratese è accusato di aver causato la morte della compagna
È entrato nel vivo del dibattimento, con l’udienza odierna, il processo in Corte d’Assise a carico di Pietro Colombo. L’imprenditore-velista gallaratese è accusato dalla Procura, nella persona del pm Giovanni Polizzi, di aver causato la morte della compagna Giuseppina Nicolini, affogata mentre i due erano in barca a vela nelle acque greche dello Ionio, vicino all’isola di Lefkada, la notte del 21 maggio 2004. La difesa, affidata all’avvocato Cesare Cicorella, sostiene viceversa la piena e totale innocenza dell’imputato. Dietro la vicenda giudiziaria, secondo, l’accusa, una storia di soldi: una polizza assicurativa reciproca sulla vita, da un milione di franchi svizzeri, tra Colombo e Giuseppina Nicolini.
Udienza molto rilevante quella di oggi, proseguita per sei ore: soprattutto per la testimonianza di Barbara Nicolini, figlia della donna scomparsa in mare, ma anche per l’audizione di Gianni Di Meo, funzionario della Zurigo Assicurazioni, società con cui Colombo stipulò la citata polizza vita. La vicenda giudiziaria parte proprio dalla denuncia di Barbara Nicolini. La donna, ignara, dapprima se la prese con un quotidiano locale per le notizie (oggi agli atti) pubblicate sul dramma – ma anche per paura che la nonna venisse a sapere del fatto in modo improvviso. Pochi giorni dopo rimase esterrefatta nell’apprendere telefonicamente dal funzionario sentito oggi dell’esistenza di un’assicurazione di cui non solo non sapeva nulla (semmai credeva esistesse una vecchia polizza a suo favore, scaduta però nel frattempo), ma che andava a beneficio esclusivo del Colombo. Sconvolta, litigò con lui e poi, non trovandolo più al telefono, fece una scenata anche a sua moglie.
Secondo la testimonianza di Nicolini, Colombo le avrebbe detto tempo addietro che si era in effetti pensato ad un’assicurazione sulla vita, salvo rinunciarvi per i premi troppo onerosi. E secondo i documenti sfoderati dal teste dell’assicurazione, inizialmente era proprio andata così. In seguito tuttavia Colombo era tornato sui suoi passi e, previ gli accertamenti di rito – tra cui una visita medica della Nicolini a Zurigo, di cui la figlia era a conoscenza, pur non sospettandone il motivo – nel marzo 2003 la polizza veniva stipulata. Di 23.900 franchi, circa quindicimila euro l’anno, il salato premio, pagato per il 2003 e 2004: se a Pietro Colombo oppure a Giuseppina Nicolini fosse successo qualcosa, l’altro avrebbe incassato un milione di euro. Così non è stato, perchè l’assicurazione ha subito attivato una propria indagine, parallela a quella giudiziaria. Quanto alla polizza originale rilasciata a Colombo e che doveva trovarsi tra le carte di Giuseppina Nicolini, non se ne è più trovata traccia. Restano le copie, già periziate, in possesso dell’assicurazione.
In aula è stato proiettato anche un video realizzato il 6 luglio 2004 proprio dai periti della Zurigo a Marina di Gouvia (Corfù, Grecia), dove il Delfino Bianco (nella foto), la barca a vela teatro della tragedia, è tuttora sotto sequestro giudiziario da parte della magistratura greca. Nel video Pietro Colombo mostrava le varie dotazioni di sicurezza, la modalità di imbragatura della Nicolini al momento del fattaccio, il modo in cui aveva cercato di recuperare la compagna ormai annegata. Giuseppina Nicolini, ricorda la figlia, andava sì in barca a vela con Pietro, ma non sapeva condurla, e neppure nuotare, a malapena stava a galla; inoltre soffriva di labirintite, tanto da non guidare l’auto.
Nicolini racconta della relazione di Colombo con Giuseppina, extraconiugale ma di pubblico dominio, che andava avanti dalla fine degli anni Novanta – «fui io a farli conoscere, la figlia di Pietro era mia compagna d’università a Pavia». Sempre secondo la figlia, Giuseppina Nicolini insisteva ormai da tempo per "regolarizzare" l’unione con una convivenza: e si parlava di andare a vivere in Costa Azzurra, sembra perchè l’ormeggio delle barche vi sarebbe meno costoso. La donna ha esposto alla corte, presieduta dal giudice Toni Adet Novik, le sue strette relazioni con madre e nonna – quest’ultima, anziana, vinta dalla disperazione, richiede ora assistenza continuativa. Nicolini ha più volte parlato di «bugia» e «menzogna» da parte di Colombo. Il motivo della sua azione presso la magistratura sarebbe il "tradimento" di cui lei, orfana di padre in tenera età, si è sentita vittima da parte dell’uomo che considerava degno di fiducia, tanto da firmargli anche dei documenti in bianco il giorno del funerale. Lo stesso giorno in cui, secondo la Nicolini, Colombo ebbe in mano per qualche ora il certificato di morte della donna, «fotocopiandolo per farlo avere all’assicurazione».
Pietro Colombo non ha battuto ciglio, assistendo in silenzio all’udienza. In sua difesa si è erto più volte l’avvocato Cicorella, con numerose eccezioni, in genere respinte, cercando di mettere alle strette Nicolini e contestando la «non terzietà» del funzionario assicurativo e l’inammissibilità del video prodotto. Per il legale dell’imputato «c’è un equivoco di fondo»: la Nicolini avrebbe fatto bene a prendersela non con Colombo, ma con la propria madre, per non averle fatto sapere della polizza assicurativa, che la escludeva da qualsiasi beneficio. Soldi di cui peraltro anche Barbara Nicolini dichiara di non aver bisogno per sè, essendo ben pagata come consulente di una multinazionale, nonchè moglie di un facoltoso professionista milanese. Quel milione di euro, per la testimone, sarebbe servito per assicurare all’anziana nonna tutta l’assistenza di cui ha bisogno. Per Cicorella è invece la radice del processo ad un uomo innocente per un delitto indimostrabile: commenterà con la stampa che «si massacra un uomo per un’invenzione».
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