Caos in consiglio comunale, un sarcastico “mea culpa”
Erica D'Adda, consigliere per il PD, dopo la telenovela del voto sul bilancio e le baruffe nella maggioranza "confessa": "je m'accuse! avrei dovuto alzarmi e andarmene a casa..."
Riceviamo e pubblichiamo
Cari cittadini, cari ragazzi del Vanity Bar e residenti delle casa popolari, venuti civilmente in consiglio con i vostri cartelli e uno striscione per far conoscere i vostri problemi quotidiani: È COLPA VOSTRA.
ANZI, È COLPA NOSTRA. JE M’ACCUSE!
Dopo aver spiegato tra il chiacchiericcio dei miei colleghi e la loro quasi totale indifferenza le ricadute sui meno abbienti dell’aumento degli affitti Aler; dopo aver assistito a sgradevoli e volgari insulti fra consiglieri, a un presidente che faceva votare emendamenti che non avevamo possibilità di consultare ed era incapace di gestire l’assemblea, a una maggioranza che si sbriciolava ad ogni passaggio della votazione, ebbene sì, ad un certo punto ho persino aperto per un minuto Spider sul computer. E fosse solo questo: ho anche pensato che significato dare a quella farsa, e che forse il senso istituzionale non abita più in sala esagonale; e andasse poi meglio nelle commissioni! Gente che arriva all’ultimo minuto, che viene cinque minuti e poi se ne va, o passa il tempo in corridoio!
Ma col cavolo che dobbiamo accettare lezioni! E da chi?
Da quel segretario della Lega Nord, tale Gorini, che parla di “tolleranza zero” con i cittadini e di “tempio delle istituzioni”?
Proprio quelli che biascicano di trecentomila fucili sempre caldi, che agitavano il cappio nel Parlamento Italiano, che hanno rivestito la nostra città, quando governavano, di quei famosi manifesti “vu cumprà…vu …”, (chi se lo ricorda continui, e cerchi qualche attinenza coi valori cristiani e della famiglia se ci riesce) adesso – ci crederete? – vengono a darci lezioni di bon ton!
Da quelli che a Roma brindano in Parlamento a mortadella e spumante, che a Busto sbagliano a votare sui dehors e poi risbagliano perché non sanno neanche dire al loro gruppo unico appena costituito di contare fino a quindici o giù di lì, e poi “gliele mandano a dire al sindaco: ”Come partito autonomo, … diciamo basta a questi giochetti. Ci sfuggono le logiche di simili comportamenti, o forse preferiamo non vederle…Reclamiamo un punto fermo, c’è una città da amministrare, noi abbiamo dei progetti, avevamo un programma comune, se qualcosa è cambiato possiamo togliere il disturbo, ma non vogliamo perdere la dignità e l’onore! “
Capito adesso, cittadini? Non c’è nessun Partito unico del Popolo delle libertà, e quanto al resto preferiscono non vedere. Lo impongono dignità e onore!
Se poi sulla stampa è stata riportata la sceneggiata, al punto tale che non c’è stato molto spazio per un chiarimento di contenuto in merito alle obiezioni al bilancio, a cui del resto la maggioranza s’è guardata bene dal rispondere, è sempre colpa nostra.
Dell’esilarante e indegno spettacolo andato in onda durante la seduta di consiglio comunale del cinque maggio siamo noi i responsabili, cari cittadini. Non disturbiamo i manovratori.
O meglio no, mi correggo. L’unico colpevole sono io.
Mi assumo la piena responsabilità, soprattutto per non essermi alzata e andata a casa.
Si rassicuri il primo cittadino, e prenda me quale capro espiatorio: io le credo sulla parola che ha votato il suo bilancio e che in quel marasma c’è stato un disguido, ma Lei sia sincero e se vuole mi risponda: si aspettava questo all’inizio del Suo mandato? E dovremo proprio assuefarci, o siamo in tempo a cambiare rotta?
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