PD: i programmi non bastano se mancano idee forti e una meta condivisa

Un contributo del consigliere regionale Giuspeppe Adamoli sull'analisi del voto nelle ultime elezioni

Riceviamo e pubblichiamo

Caro direttore
VareseNews ha pubblicato molti commenti e “Lettere al Direttore” sui tre contributi che avevo inviato sull’analisi del voto. Sugli stessi argomenti ho ricevuto anche tante mail.
Ho notato che quando parlo di “identità” scatta quasi un riflesso condizionato di diffidenza da parte di chi ha una storia politica diversa dalla mia (sinistra DC-Partito Popolare-Margherita). Se siamo un “partito plurale”, questa sarebbe l’osservazione, non ci può essere una sola identità. Ma io non parlo dell’identità dei partiti del novecento, che considero tutte superate, ma delle ragioni profonde, del cemento ideale, del progetto di futuro di un grande partito di centrosinistra europeo.

I sondaggi specializzati ci avevano ammonito che un elettore del polo berlusconiano sapeva rispondere meglio di un elettore del PD alla domanda su quale fosse la visione di società dello schieramento che avrebbe votato. E questo si è rivelato un fattore decisivo nella scelta elettorale.
Ho letto con interesse nei giorni scorsi che D’Alema in un convegno della sua Fondazione “ItalianiEuropei” ha avuto toni aspri e insieme ironici per denunciare che il PD soffre di “identità debole”. Dev’essere chiaro che non voglio usare questo argomento contro Veltroni, che non ha avuto tempo di maturare responsabilità al riguardo e che ha condotto una buona campagna elettorale.
Quando D’Alema dice che l’identità debole è la ragione del “divorzio fra sinistra e popolo” usa un’iperbole che ha un fondo di verità e che riguarda anche me, che della sinistra tradizionale non ho mai fatto parte, visto che oggi siamo insieme per restarci per molto tempo.

I dati elettorali che un esperto come Paolo Natale ha illustrato a quel convegno di ItalianiEuropei sono preoccupanti. Riporto la sintesi da lui stesso fatta, esemplare per essenzialità e chiarezza: «Così l’Italia va a destra. Un cammino iniziato già nel 1994, con la prima alleanza tra Forza Italia, AN e Lega, capace di sconfiggere la proposta dei progressisti con un consenso di circa 3 milioni di elettori in più, complice anche la presenza del centro cattolico. Ma anche quando la maggior parte di questi elettori è entrata nelle file dell’Ulivo, nel 1996, il distacco tra le due aree contrapposte è risultato ampio, intorno ai 2 milioni e mezzo (in questo dato non si conteggia però la Lega che si era presentata da sola), per arrivare a 3 e mezzo nel 2001 e ad oltre 4 milioni nelle ultime consultazioni. Con l’unica interruzione del 2006, quando il malumore nei confronti di Berlusconi, e alcune scelte tattiche vincenti in termini di alleanze, hanno fatto credere a molti della esistenza di un paese spaccato a metà».
Teniamo anche in considerazione che le grandi socialdemocrazie europee sono in seria difficoltà. Hanno perso in Germania e in Francia, rischiano in Inghilterra con il ritorno di Gordon Brown su posizioni più socialiste rispetto a Tony Blair. Quando parlo di identità, – adesso forse è più chiaro – intendo quella di un partito che ha un nucleo di idee e una meta da raggiungere in cui crede fortemente, ma che nei suoi programmi ed azioni di governo sa parlare ad un elettorato molto più ampio di quello tradizionalmente di sinistra. Altrimenti saremo sempre minoranza culturale, sociale e politica. Com’era capitato al vecchio PCI. La “conventio ad escludendum” che l’aveva colpito tenendolo fuori dal governo l’avevano decretata gli elettori prima ancora che la “guerra fredda” e le condizioni geopolitiche del mondo.
In sostanza voglio dire che bisogna rafforzare e rendere chiaro e popolare il raccordo fra programmi e principi di riferimento facilmente riconoscibili, a partire dalla Costituzione Repubblicana. Senza questo raccordo i programmi non bastano, non sono credibili, sono pragmatismo senz’anima.

Abbiamo la fortuna di partire da un “manifesto di valori” già pronto. Visto il sospetto che qualche volta sento su di me per la mia cultura sociale di matrice cattolica, dico (anche se non ce ne sarebbe bisogno perché ognuno parla con la sua biografia) che sottoscrivo tutto ciò che nel manifesto si afferma a proposito della laicità dello Stato e della difesa della Legge 194 sull’aborto, che va attuata e semmai migliorata sulla prevenzione, non certo abrogata. Ma i manifesti contano poco o niente se non sono discussi, interiorizzati, o cambiati dal basso, se necessario.
Un progetto politico-culturale va vissuto giorno per giorno senza ipocrisie e senza timori, nel modo più aperto e pubblico possibile.

Giuseppe Adamoli – Consigliere regionale PD – www.adamoligiuseppe.it 

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Pubblicato il 21 Maggio 2008
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