Il Sultanato e il Bagaglino
Una fotografia dei recenti fatti di cronaca politica scattata dal senatore Paolo Rossi
Egregio direttore,
Le recente affermazione a Cannes di film come Gomorra e Il Divo credo debba essere valutata non solo in termini di cassetta e di realizzazione cinematografica, ma anche e soprattutto per la capacità che entrambi hanno sollecitato, se pur a diversi livelli, di poter esercitare una possibile riflessione, sia sul presente sia sul passato prossimo, di un Paese in rapida e radicale trasformazione. In particolare il filo rosso, miratamente grottesco e caricaturale, che percorre il film di Sorrentino, genera a tratti, e a più ampio spettro, una considerazione su come in questi ultimi due decenni sia mutato e si sia evoluto il linguaggio stesso della politica.
È noto che l’Italia non ha mai avuto, come avviene ad esempio Oltralpe, un fumetto nazionale, un personaggio di marcata appartenenza in cui riconoscersi: da Forattini in poi verrebbe da dire che in tal senso l’amalgama lo ha fornito la classe politica, scorta attraverso le sue deformazioni e i suoi tic. Non desta pertanto sorpresa che al "Sultanato" di Silvio Berlusconi (la definizione, com’è noto, si deve a Giovanni Sartori) abbia fatto da perfetto contraltare in questi anni il teatrino caricaturale dei politici di turno, ritratti sul palcoscenico del Bagaglino e scorti, di volta in volta, con effetto grandangolare da farsa.
Il rischio, vista la manifestazione di piazza di ieri tenuta a piazza Navona, è che l’originale renda superflua l’imitazione. Non più di tre giorni fa Ernesto Galli Della Loggia stringeva la sua analisi intorno ad alcuni vizi tipologici, interni e costitutivi, di certa Sinistra che hanno caratterizzato il suo cammino da Mani pulite in poi. Riandare con la mente a quegli anni mi ha dato modo di riconsiderare l’esatta collocazione storica di Mediterraneo (il celebre film del 1991 firmato da Salvatores) che, alla luce della situazione attuale, mi è parso ancor più denso di significati e presagi: fra impossibili fughe e splendido isolamento, fra il desiderio di guardare avanti e le dolenti sconfitte, fra resistenza e resa.
Purtroppo si vedono a occhio nudo gli effetti generati da un sistema elettorale a doppio fondo: durante la passata legislatura non ho lesinato critiche ai duri e puri della Sinistra radicale, che hanno sistematicamente messo a repentaglio l’azione di governo, ma al tempo stesso continuo a ritenere che sia grave che queste forze non abbiano rappresentanti in Parlamento. È questa, forse, una delle cause dell’esasperazione dei toni cui abbiamo assistito, e di una deriva antipolitica che si è estesa da Di Pietro a Travaglio, dalla Guzzanti a Parisi, da Flores D’Arcais a Beppe Grillo.
Credo che il dovere che oggi abbiamo dinanzi a noi sia quello di misurarci e riflettere sul tipo di opposizione che vogliamo esercitare. L’iniziativa di ieri incattivisce e mette in campo un’opposizione sempre più agguerrita e soprattutto minoritaria; non solo, ma paradossalmente moralistica, secondo quanto osservato da Galli, nei termini cioè di una Sinistra che sente incarnare il bello, il buono, il giusto e sa sempre da che parte stare. Senza valutare, naturalmente, le caratteristiche dell’avversario e le sponde persecutorie e giustizialiste dove può rifugiarsi a bell’agio.
Si è davvero convinti che la ragione possa essere affermata quanto più si alzi la voce e si esasperino i toni? Si è davvero convinti che, in questo modo, attraverso il messaggio di piazza Navona che è passato, scalzeremo dal governo del Paese un centrodestra reazionario e imbarazzante da un punto di vista politico, ma mediaticamente convincente per la maggior parte degli Italiani? Si è davvero convinti che l’attacco e gli insulti malamente gridati non diano adito a una radicalizzazione e forniscano, invece, una legittimazione al cavaliere per cui è giusto procedere in questo modo?
Io credo che – proprio dinanzi alla consapevolezza di trovarsi nel punto più buio della miniera – l’unica via da percorrere sia quella del paziente recupero di valori e di idee, di una "rivoluzione tranquilla" come fu definito a suo tempo l’operato di François Mitterand. L’urgenza dei grandi temi – spesso giornalisticamente rilevanti e pertanto spremuti e gettati via con troppa fretta –, e d’altro canto la loro serializzazione che fa della notizia soltanto la premessa di un suo seguito, non devono distoglierci dal desiderio di cambiare, di affrontare quei grandi temi, e soprattutto dal microimpegno, dal contributo di ognuno, da quel cercare di essere un granello di sabbia nell’ingranaggio della società che è un dovere morale prim’ancora che politico.
La politica è una casa senza stanze vuote: un conto è occupare degli spazi, un altro è finire schiacciati fra un centrodestra "sotto il vestito niente" e una minoranza massimalista che, al pari del drappello di soldati di Salvatores, perderanno la guerra convinti di aver vinto tutte le battaglie.
Sen Paolo Rossi
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