Bossi: “Al posto dell’ICI una tassa sui servizi”

Il padre fondatore della Lega Nord, oggi ministro per le Riforme, parla alla Festa del partito nella sua città natale. Sul federalismo: "O si fa, o la gente va in piazza"

Umberto Bossi è tornato a "sciacquare i panni in Rile", vale a dire nella sua Cassano Magnago, alla Festa della Lega, per ribadire la sua lezione che vede il federalismo quale traguardo di libertà e annunciare che l’ICI, da detestata imposta sulla casa di proprietà, si tramuterà in una più digeribile tassa sui servizi. Sull’imposta, oggetto di un balletto di dichiarazioni nelle ultime settimane di fronte ai Comuni disperatamente assetati di risorse loro sottratte con la sua abolizione, Bossi si esprime così: «L’ICI non c’è più e non si potrà più rimettere, mettere la tassa sulla casa è una brutta casa, diciamolo. Berlusconi non permetterebbe mai che si penalizzasse la proprietà della prima casa, meglio dare invece ai Comuni la possibilità di mettere una tassa sui servizi a favore di strade aiuole e quant’altro. Poi la gente vede se i servizi li dai o no, e vota di conseguenza».

La struttura di via Marconi in cui è ospitata la festa ha accolto con calore il leader nato il 19 settembre 1941 a poche centinaia di metri di distanza, nelle viuzze e nei cortili di Soiano. Nessuno avrebbe potuto allora prevedere che da quel gruppo di case sarebbe sortito uno dei politici più controversi e a un tempo di maggiore impatto dell’Italia a cavallo tra del Duemila. Eppure è avvenuto. E Bossi, in controtendenza rispetto agli usi dei potenti, si presenta in anticipo, accolto dai militanti e dal sindaco Aldo Morniroli, del suo partito, che fa gli onori di casa. Tra il pubblico anche la nemesi di Morniroli, quel Domenico Uslenghi già sindaco di Cassano, in rientro (caso raro) nei ranghi leghisti e in odore di Regione grazie alla migrazione di massa dal Pirellone a Montecitorio .

Il passo malfermo, la voce roca e a tratti sovrastata dal chiacchiericcio degli astanti nonostante il microfono, Bossi è nondimeno a suo agio sul palco nonostante gli strascichi della malattia. Più di lotta che non di governo, nonostante sia il ministro delle Riforme, Bossi batte instancabilmente sui chiodi che stanno a cuore al suo popolo. Le prospettive di un territorio dove con la Pedemontana «Varese diventerà una capitale, passerà di qui tutta la manodopera del Nord» dipendono secondo Bossi dal realizzarsi del sogno federalista. «I soldi non crescono sulle piante come credono a Roma». E almeno un «Roma ladrona» sfugge al ministro della Repubblica: l’Urbe è fra i suoi bersagli costanti, insieme alla magistratura, chiamata in causa sull’immondizia a Napoli («bloccava cave e bruciatori», cioè inceneritori) come sulla questione delle quote latte in Padania per aver, a sentire lui, cercato di «sequestrare le cascine» a quanti si erano opposti alle invise politiche agricole comunitarie. E se non c’è bisogno di essere leghisti per essere freddi verso la capitale, gli attacchi ai magistrati appaiono quasi omaggi dovuti a Silvio Berlusconi del quale dice: «è stato grande a Napoli, dove ormai i bambini giocavano con i topi; bisogna dargli atto che ha risolto il problema, altrimenti l’immondizia napoletana finiva tutta qui».

Sul federalismo, panacea dei mali della Padania, Bossi procede dritto per la sua strada. «Mai fidarsi del potere romano» ammonisce il ministro della Repubblica Bossi: «no alla schiavitù del centralismo. Le Regioni più ricche,cioè che più contribuiscono, Lombardia, Veneto e Piemonte, devono poter verificare dove finiscono i loro soldi, non come oggi dove a controllare è Roma… In Europa gli Stati con più soldi controllano che fine fano gli aiuti, e in genere funziona. Se lo applichiamo qui, lo Stato avrà più soldi per i pensionati, per le strade, per i Comuni che oggi devono pietire col cappello in mano». «I soldi lombardi vanno a Roma per aiutare regioni dove ridono dandoci degli imbecilli e sbattono via i soldi. Il federalismo andrà in commissione, ma voglio che poi al voto anche da Cassano venga gente a guardare in faccia i parlamentari. Stavolta ci rompiamo veramente i c… Se questa volta non passa il federalismo la gente va in piazza». Obbligatorie, naturalmente, le riprovazioni di Garibaldi («ci ha portati su una via sbagliata») e la pena per i tanti morti della Grande Guerra – «sono morti per niente» sostiene, aggiungendo una sacrosanta verità: «volevano un’altra Italia, non questa».

Bossi ne ha anche per la sua Cassano Magnago, raccomandando a Morniroli di «sviluppare senza distruggere» (e il sindaco ricorda il no opposto ai centri commerciali, mentre certi Comuni vicini ne sono punteggiati); e se non manca mai la polemica contro l’immigrazione – «bisogna essere teste di legno per dare il voto agli immigrati» – torna alle radici del movimento quando ricorda che «per le case popolari fatte a Cassano con la legge Fanfani, i contadini furono sbattuti fuori a calci nel c… per prendere le terre, poi quanti cassanesi hanno avuto le case popolari? Nessuno… tutte agli altri. Venivano da fuori e volevano comandare, ma a casa nostra vogliamo comandare noi». Il suo è un appello alla fede dei veri credenti, duri e puri: «Non ce ne andremo finchè la Padania non sarà libera, non ci si faccia illusioni perchè io sono stato malato. Chi crede in quel che fa non molla mai. E io non mollerò mai».

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Pubblicato il 06 Settembre 2008
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