Camion-bomba contro l’hotel Marriott, muoiono a decine
Ancora un attentato dei fondamentalisti islamici. Almeno 60 vittime e un centinaio di feriti, bilancio in crescita
Un massacro: la firma è quella dell’estremismo islamista, ancora una volta. L’attentato di oggi, sabato 20 settembre, contro l’hotel Marriott di Islamabad, capitale del Pakistan, è un nuovo sanguinoso capitolo della strategia del terrore perseguita dai gruppi combattenti genericamente riuniti sotto l’egida di al Qaeda. Almeno 50 chili di esplosivo ad alto potenziale sono stati impiegati per devastare l’albergo, dove era in corso un ricevimento cui partecipavano una delegazione della Banca Mondiale e diplomatici statunitensi. Il ricevimento era organizzato dal presidente della locale Camera in onore del nuovo Presidente della Repubblica pakistana, Asif Alì Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, che al momento della strage si trovava a cena nella sua residenza, a poche centinaia di metri dal luogo del fatto insieme, insieme a vari alti dignitari di governo. Il Marriott, già preso di mira in passato in altri tentativi di strage sventati, è una destinazione popolare per gli occidentali di passaggio per la capitale, da qui le sgradite attenzioni dei fanatici di turno.
Le vittime sarebbero al momento in cui scriviamo non meno di 60, e probabilmente di più; i feriti almeno un centinaio. La tecnica utilizzata è quella del camion-bomba, con ogni probabilità condotto da un attentatore suicida: poco dopo le 16 ora italiana, un’accelerata improvvisa e prima ancora che la sicurezza potesse reagire, un’esplosione devastante ha lasciato una buca profonda vari metri. L’albergo, in preda alle fiamme, ospita ancora varie persone che si cerca di recuperare. Sembra che quasi tutti i coinvolti siano pakistani, relativamente pochi gli stranieri, e non vi sarebbero italiani. La rivendicazione giunta alcune ore dopo il fatto viene da un’organizzazione islamista legata alla "galassia" al Qaeda. Il presidente Zardari oggi stesso aveva tuonato in parlamento contro la violenza terroristica, ma anche contro le violazioni della sovranità pakistana condotte regolarmente dali Stati Uniti nella loro caccia ai gruppi combattenti che si muovono lungo l’accidentata e remota frontiera tribale afghana.
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