“Smaschero Berlusconi, Grillo e anche me stesso”
Intervista a Daniele Luttazzi. Il suo Decameron va in scena questa sera, mercoledì 26 novembre, al teatro Apollonio
All’inizio degli Anni Ottanta lavorava in un policlinico come medico e voleva diventare immunologo. C’era un bando di concorso nazionale per quattro posti da ricercatore. Il suo professore gli disse di lasciar stare, se non aveva santi in paradiso. Lui i santi non ce li aveva nè in paradiso nè in terra e così dovette rinunciare, nonostante la ricerca gli piacesse. Per una volta un cervello decise di non fuggire dall’Italia. Chissà se Daniele Luttazzi con l’aiuto dei santi sarebbe diventato un bravo immunologo. La risposta a questa domanda non c’è. Se però è vero che “il riso fa buon sangue” in qualche modo quell’aspirazione giovanile si è realizzata per altre vie.
Luttazzi, è arrabbiato con l’istituzione università per quell’occasione mancata?
«Quella rabbia è stata fonte di ispirazione per un mio personaggio. Ricorda il professor Dervis Fontecedro in “Mai dire gol”? Ci mettevo dentro tutto il livore che avevo contro l’università»
Che cosa pensa della legge Gelmini?
«Appoggio la protesta degli studenti, perché il ministro ha pensato solo a tagliare. Questa è una finanziaria classista che serve solo a creare scuole di serie A e scuole di serie B. Quindi agli studenti consiglio di andare all’estero perché l’Italia è una palude asfittica»
C’è una grande confusione di termini: satira, comicità, cabaret. Puo’ spiegare che cosa intende Daniele Luttazzi per satira?
«Tutti parlano di satira senza sapere di che cosa parlano. La satira non è la semplice imitazione dei politici e tantomeno il cabaret. La satira taglia la gola. E’ il secondo sorriso che compare sulla testa decapitata».
Lei viene accusato di fare politica con i suoi spettacoli. È un’accusa fondata?
«Aristofane faceva politica, la storia della satira è politica. E quando io cerco di spiegarlo mi dicono: “Guarda Luttazzi, si paragona addirittura ad Aristofane”. L’artista consiste in quello che fa e qualunque autore satirico fa politica. Gli opinionisti dei grandi quotidiani quando parlano di me utilizzano il vecchio argomento dello stupro: se una porta la minigonna, se l’è cercata. E magari poi questi opinionisti vanno a fare anche gli autori per il programma televisivo di Celentano».
Beppe Grillo fa satira politica?
«Non mi piacciono i suoi metodi e l’uso che fa della rete è pericolosissimo. C’è un potere della politica, ma anche un potere della satira. E allora bisogna avere rispetto per il pubblico e se ti metti a fare il leader di un partito politico l’arte e la satira non c’entrano più nulla. Grillo deve sciogliere questa ambiguità perché la deriva populistica è molto forte».
La sua trasmissione doveva andare in onda a notte fonda su La7 ed è stata stoppata lo stesso. Si sente così pericoloso come la dipingono?
«Io conosco come diventare sassolino nell’ingranaggio e questo fa paura. Con "Decameron" mi avevano garantito carta bianca, 40 minuti di televisione non filtrata, materiale crudo. Dopo la seconda puntata l’hanno bloccato. Ora con La7 sono in causa e alla fine pagheranno comunque».
Le manca la televisione?
«No, perché non dipende da me. Oggi la televisione è un potentissimo sonnifero perché è tutta filtrata. Il gusto delle persone va educato, non si puo’ rimproverare ai telespettatori di non capire la musica classica senza che gli venga fatto fare un percorso»
Il suo monogolo “Decameron” dura quasi due ore. Che tipo di spettacolo è?
«Si ride di testa, di pancia e di cuore con più di trecento battute. Mi impossesso della mente del pubblico a colpi di risate ma sempre con uno sguardo sull’attualità. È molto importante, perché in Italia non esiste una drammaturgia di prosa del presente. Io svelo le tecniche di persuasione messe in pratica da Berlusconi, Obama e dai leader. E così mi capita spesso che alcuni spettatori mi scrivano soddisfatti molti giorni dopo lo spettacolo per dirmi che hanno smascherato il trucco. Insomma, è un corso di libertà al punto che alla fine smaschero anche me stesso».
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