5000 piccoli curdi e la grande battaglia dell’acqua

Presentato al Nuovo il documentario "Hasankeyf waiting life" firmato da Mauro Colombo. A parlarne anche Mario Agostinelli, capogruppo PRC in Regione ed Emilio Molinari del Comitato italiano per il contratto mondiale per l'acqua

C’è chi ha visto nell’acqua del fiume, che scorre placida, riverbera di mille riflessi alla sera, diventa compagna di gioco dei bimbi seminudi, la vera protagonista del film. L’acqua prima ricchezza della città di Hasankeyf.

E intorno all’acqua è ruotata la serata di presentazione in anteprima del documentario "Hasankeyf waiting life" firmato da Mauro Colombo e prodotto da Hagam: sala gremita e pubblico attento non solo alle immagini che raccontano la vita in attesa del villaggio curdo lungo il Tigri, ma anche al dibattito sul tema dell’acqua, nuova frontiera delle privatizzazioni e della geopolitica. Trasformata da diritto in merce, da vendere e comprare, sulla base delle normative europee e nazionali condivise e votate dalle maggiori forze politiche, senza grandi distinzioni. Mario Agostinelli, capogruppo PRC al Pirellone, ed Emilio Molinari, del Comitato italiano per il contratto mondiale per l’acqua, hanno raccontato la battaglia condotta in Lombardia dai cittadini e da quasi centocinquanta sindaci per garantire il carattere pubblico dell’acqua. 

Un episodio locale di uno scenario più ampio, in cui il controllo dell’acqua diventa elemento geopolitico di prim’ordine. E in cui nasce la resistenza a grandi progetti, in difesa del diritto all’acqua, dall’India al Sudamerica, passando dalla Mesopotamia. Anche ad Hasankeyf – cinquemila abitanti nel Kurdistan turco – gli interessi economici legati al controllo sul grande fiume Tigri che scende verso l’Iraq si intrecciano con quelli geopolitici: la gente curda di Hasankeyf vive da decenni nel sottosviluppo, in attesa di conoscere il proprio destino. E anche la realizzazione di un piccolo albergo per accogliere la notte i turisti diventa un’impresa, perchè non sai che fine farà l’investimento, non sai quando arriverà la diga e le acque copriranno la città. E davanti al bivio, diventa drammatica la scelta tra la tutela della propria cultura di minoranza, negate dalla Turchia e orgogliosamente rivendicata dai giovanissimi allievi (e allieve) del locale liceo, e la speranza del progresso, di una vita diversa da quella che sembra decisa da un destino ineluttabile, come racconta la contadina quasi bambina sulle rive del fiume.  

Cinquemila vite e tante domande cui rispondere. La vicenda di Hasankeyf è lontana nello spazio, ma anche terribilmente vicina nei temi che solleva, nelle questioni che propone. Fin dove ci si può spingere nel privatizzare le risorse della terra, nel mettere in vendita i diritti? Qual è il prezzo del progresso? Fino a che punto le comunità locali possono sacrificarsi per l’interesse degli stati? Sarebbe opportuno dibatterne seriamente, anziché presentare come ineluttabili le scelte fatte per adeguarsi a dogmi che forse tali non sono, quando sono contestati globalmente. Anziché bollare come localistiche, populiste e di retroguardia le battaglie attuate qua e là in giro per il pianeta, Lombardia compresa.

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Pubblicato il 24 Dicembre 2008
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