“In montagna si va per trovare la vita”
Simon Kehrer e Walter Nones raccontano con parole e immagini l'impresa sul Nanga Parbat, la morte di Unterkircher, il senso della sfida alle vette
«Quand’ero bambino, vedevo le montagne sopra il mio paese del Trentino e mi chiedevo cosa c’era al di là. Dalla cima ho scoperto che al di là c’erano le Dolomiti e così mi sono chiesto cosa c’era
oltre. Salire le montagne è un andare oltre». È questo il senso dell’andare in montagna? Ogni uomo e ogni donna hanno la loro risposta. Questo è il senso di Walter Nones, alpinista trentino, compagno di cordata di Simon Kehrer e Karl Unterkircher nella tragica scalata della parete Rakhiot del Nanga Parbat. Nones e Kehrer sono stati ospiti dell’incontro promosso dal Cai di Gallarate e dalla rivista Alp a Duemilalibri, dove hanno presentato il libro "È la montagna che chiama".
Dieci giorni di sfida tra i ghiacci, nove dei quali oltre i seimila metri di quota con la mente rivolta a Karl, inghiottito da un crepaccio al secondo giorno di ascesa. «Il pensiero di Karl, la voglia di dedicargli l’apertura di una nuova via, un’impresa mai compiuta da altri, ci ha dato una carica
incredibile» hanno raccontato Nones e Kehrer, accompagnati dalle stupende immagini del Rakhiot. Giunti in cima alla parete, i due hanno rinunciato a proseguire sulla via aperta da Hermann Buhl e a raggiungere la vetta, per scendere al campo base e dare il via alle operazioni di recupero del corpo di Unterkircher. I dieci giorni in Pakistan sono il cuore del libro "È la montagna che chiama", che è anche una dichiarazione di amore per la montagna, un’appassionata testimonianza del bisogno che spinge alcuni uomini a sfidare i limiti della natura. Un bisogno al di là del razionale, incomprensibile per molti che si accostano alla questione solo quando le imprese si trasformano in tragedie. «In queste
occasioni – ha aggiunto Lorenzo Scandroglio, giornalista di Alp che ha guidato l’incontro (a destra nella foto con i due alpinisti) – si fanno chiacchere, nel senso più deteriore del termine, e si accende un’improvviso interesse che è al limite della morbosità». Cos’è allora il senso dell’andare in alta montagna? Forse riscoprire la finitezza dell’uomo, i suoi limiti e la sua precarietà: «Quando mostravo le mie foto, magari solo un fiore sui prati, qualcuno le trovava banali» continua Nones. «Ma è la montagna che ti fa vedere la realtà con occhi diversi. Non è banale riscoprire il gusto dell’acqua dopo averne provato la privazione, non è banale ritrovare il calore del sole, dopo giorni passati nel freddo dell’alta quota». Anche se a volte si trova la morte, in montagna si va a riscoprire la vita.
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