Dalla ricerca al mercato, come fare affari nel mondo del biotech
Esperti e imprenditori si sono confrontati alle Ville Ponti di Varese cercando di capire come il progresso e le innovazioni si possono trasformare in soluzioni "vendibili" sul mercato
Il mondo del business, per le imprese tecnologiche, può sembrare a volte più complesso delle stesse scoperte scientifiche. Ricerca e mercato sembrano infatti mondi troppo distanti tra loro per andare d’accordo. Da questo punto è partito "Business models for biotech", il convegno nazionale che ha portato alle Ville Ponti di Varese numerosi esperti e imprenditori del settore. L’incontro è stato organizzato dal Cresit (il Research Centr for innovation and Life science management) dell’Università dell’Insubria e da Assobiotech (l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che fa parte di Federchimica) con il supporto di Pricewaterhouse Coopers.
Dal laboratorio al profitto – Quali saranno i nostri clienti? Quale sarà il nostro mercato di riferimento? Come si passa dalla ricerca al mondo reale? Parte dalle domande sottoposte da Enrico Cotta Ramusino, esperto di marketing e professore dell’Università degli Studi di Pavia, la tavola rotonda dedicata al rapporto tra le imprese biotecnologiche e il mercato. «Questo territorio, come anche l’Italia, possiede delle realtà di eccellenza nel campo della ricerca – ha spiegato nella sua introduzione Alberto Onetti, direttore del Cresit -. Per favorire la crescita di questi soggetti occorre però un piano manageriale che permetta ai ricercatori e alle iniziative imprenditoriali di trasformarsi in realtà aziendali solide e capaci di crescere». La logica del mercato entra dunque nei laboratori di ricerca: le aziende dovranno interrogarsi sulle attività necessarie a portare il proprio prodotto sul mercato ma anche su aspetti strategici come il luogo dove è fisicamente meglio insediarsi e su quali focus è meglio concentrarsi. Le imprese biotech hanno però bisogno di modelli di business particolari: a illustrare come non ci sia una ricetta comune ma realtà diverse da seguire e sviluppare dal lato manageriale è stato Gary Pisano, dell’Harvard Business School uno dei massimi esperti del settore e che da circa vent’anni si occupa delle industrie delle biotecnologie. Pisano ha spiegato inoltre che per crescere in un mondo così complesso le imprese dovranno collaborare tra loro e aprirsi all’esterno, soprattutto alle innovazioni.
Nuove tecnologie per uscire dalla crisi – Nel dibattito sulle nuove tecnologie Varese ha assunto un ruolo centrale, di coordinamento, ma non solo: «Le biotecnologie – ha detto il presidente della Camera di Commercio, Bruno Amoroso – rappresentano un settore strategico per il territorio Varesino. Le loro diverse applicazioni dalle scienze per la vita al farmaceutico contribuiscono alla produzione di oltre il 10 per cento del prodotto interno lordo varesino». «Stiamo parlando di un settore che può rappresentare una chiave di volta per il futuro – ha aggiunto il presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Michele Graglia -. Oltre ai vantaggi legati all’innovazione il mondo del biotech può offrire dei contributi importanti anche ai settori tradizionali tipici della nostra provincia. Mi riferisco ad esempio al tessile, che potrebbe ottenere dei vantaggi sul lato dell’innovazione nelle produzioni».
La fabbrica delle proteine – Oltre al lato economico l’Università dell’Insubria ha concentrato diverse risorse nel CiBsu, il centro insubre di biotecnologie della salute umana. «Il 70 per cento del mondo delle biotecnologie riguarda le cosidette "Red biotech" che riguardano la sanità e il biomedicale – ha commentato il direttore del centro, Loredano Pollegioni -. L’Università dell’Insubria sta portando avanti dei progetti di ricerca importanti in questo ambito e che trovano applicazioni diverse: dall’oncologia al trattamento dei virus come l’Hiv. Ma all’interno dell’ateneo c’è un progetto che avvicina ancor di più il mondo della ricerca al mercato: si chiama "The protein factory", una piattaforma aperta alle imprese per lo studio di proteine particolari che verranno successivamente impiegate, ad esempio, nei processi industriali».
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