Scomodi, numerosi e trasgressivi

L’adolescente chiede alla politica più coraggio, più intraprendenza e interventi più organici e coordinati su tutto il territorio

Tempo fa mi ero occupato della problematica degli adolescenti nel varesotto. Ero sceso sul “terreno”, come si dice – e avevo fatto un po’ di osservazione partecipante. Mi ero in sostanza calato nella realtà vissuta, frequentata ed esperita dai giovani nella fascia dai 13 ai 18 anni. Treni, bar, discoteche, piazze, traghetti, corsi, angoli e vie. Volevo capire come vivono prima di scrivere qualcosa che avesse senso su questo universo misconosciuto.
L’adolescenza è un’epoca che muta al ritmo della tecnologia; gli stili, le mode sono rapidi e appena cerchi di classificare qualcosa esso già è mutato.
Il problema di fondo era: quali opportunità hanno gli adolescenti per fare esperienze costruttive, stimolanti, edificanti che possa aiutarli ad avere biografie virtuose anziché percorsi di marginalità? Qualcuno un giorno disse che i permessi e i congedi di maternità andrebbero dati ai genitori di adolescenti e non ai genitori di bambini neonati. Al di là della provocazione, questa frase dà la cifra di quanto è importante seguire le fasi critiche della crescita dei giovani.
Gli adolescenti non sono più bambini e non sono ancora adulti, vivono un’età di mezzo, devono contrapporsi all’autorità per rendersi autonomi ed emanciparsi ma hanno bisogno al tempo stesso di regole per non smarrirsi: un vero rebus per i genitori. In più ci si mette anche il potere deduttivo della tecnologia che li assorbe e risucchia trasfigurandoli e alterando la natura della loro socialità.
Tutti d’accordo quindi che si tratta di una fase critica. E allora? Quali risposte danno le istituzioni pubbliche? Cosa fa la politica “locale” per questa fascia di popolazione tanto importante per il futuro di tutti?
Girando in auto per la nostra provincia si vedono scuole elementari riconvertite in centri anziani, parchi giochi per i bambini, oratori e strutture sportive il più delle volte gestite con la preoccupazione di chiudere i bilanci in pareggio. E qui e là qualche timido tentativo di organizzare una rete di “accompagnamento” da parte di qualche sindaco illuminato o ispirato da un senso di colpa. La verità è che manca una politica complessiva sul tema dell’adolescenza. E perché? Perché i giovani sono scomodi, rumorosi, trasgressivi e non solo non portano voti, ma occupandosi di loro, li fanno perdere; sono mutevoli, fuggevoli, a volte incomprensibili e spesso ingrati per quello che si fa per loro. E allora si preferisce dimenticarli e riscoprire che esistono solo quando si cacciano nei pasticci, muoiono sulle strade, delinquono, si drogano, confliggono e si perdono di nuovo.
L’adolescente chiede alla politica più coraggio, più intraprendenza e interventi più organici e coordinati su tutto il territorio. Chiedono luoghi per potersi incontrare senza rimanere sulla strada, educatori di strada che sappiano avvicinarli e li riescano a prendere per mano, infrastrutture per lo sport, skatepark, arene per concerti estivi, sale prove per fare musica insieme, corsi per imparare attività espressive come teatro, fotografie, scrittura, video, musica e poi ancora momenti di confronto, di lettura per sottrarsi all’ineluttabile solitudine del computer e di tutte le sovrastrutture tecnologiche che dominano sulle loro vite come cellulari, computer, televisioni, videogiochi. Serve una socialità vera, non un surrogato su facebook.
Le famiglie non possono essere lasciate sole. Se ancora esiste una forma di politica orientata all’interesse collettivo e al bene pubblico, serve un’alleanza tra famiglie, scuola e politica per tessere una rete in cui l’adolescenza non si ritrovi ad essere sola a superare le sue innate difficoltà. L’adolescenza bussa alle porte della vita pubblica. Di là c’è qualcuno che sa ascoltare e fornire qualche risposta?

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Pubblicato il 20 Gennaio 2010
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