La sfida dell’informazione locale su Internet: chi vincerà?
Pubblichiamo il contributo del direttore di VareseNews, Marco Giovannelli, pubblicato giovedì su Nòva, l'allegato del Sole 24Ore dedicato al mondo della tecnologia. Lo spunto è utile ad aprire il dibattito sul futuro del giornalismo locale (e non solo) nell'era di Internet
Pubblichiamo il contributo del direttore di VareseNews, Marco Giovannelli, pubblicato giovedì su Nòva, l’allegato del Sole 24Ore dedicato al mondo della tecnologia. Lo spunto è utile ad aprire il dibattito sul futuro del giornalismo locale (e non solo) nell’era di Internet.
Sembra passato un secolo e invece il web è ancora un ragazzino. Poco più che adolescente non ha ancora raggiunto la maggiore età. È ancora alle prese con la formazione della propria identità, e forse sarà anche per questo che facciamo tutti così fatica a trovare alcune risposte.
La velocità con cui sta cambiando tutto il mondo dell’informazione destabilizza, anche se come afferma Kevin Kelly, giornalista e cofondatore di Wired, “Ormai la rete è una cosa sola, un mezzo di comunicazione che unisce tutti i mass media, un intermedia con due miliardi di schermi. L’intera matassa delle sue connessioni – compresi tutti i suoi libri, le pagine, i tweet, i film, i giochi, i post, lo streaming – è come un enorme libro che stiamo appena imparando a leggere”.
Il dibattito aperto dal Sole 24ore con il direttore Gianni Riotta assume così una grande importanza e utilità. Mette sul piatto alcune questioni nevralgiche per chi fa informazione. Prima tra tutte la qualità.
Crediamo però che anche in questa occasione si rischi di dimenticare un pezzo importante della realtà: le comunità locali. La rete ha modificato profondamente i concetti di spazio tempo. Gli interessi trasversali delle popolazioni trovano soddisfazione abbattendo proprio le distanze. Ma questo ha un valore soprattutto su un piano virtuale. Gran parte della nostra vita reale si svolge poi all’interno di spazi, abitudini e relazioni di prossimità. Per questa ragione sono nati i giornali locali.
Chissà poi perché quando si parla di Internet si ragiona solo in termini globali e il locale ha una dimensione minima che equivale a una nazione se non un continente?
È certamente vero che il nostro Paese ha un grande ritardo nello sviluppo dei giornali online locali, ma tagliare fuori del tutto dalla riflessione questa realtà non ci aiuta a capire meglio il fenomeno.
Questo vale per molte delle questioni sollevate così bene sul Sole 24ore in queste settimane.
Gianni Riotta si è chiesto “chi e come certificherà la reputazione delle fonti autentiche?” Una domanda fondamentale per chi fa informazione. A livello locale la risposta è quasi scontata, perché su territori geograficamente limitati il giornale online o si costruisce una solida autorevolezza oppure scompare in poco tempo.
Al di là di ogni rischio autocelebrativo crediamo sia allora interessante guardare dentro l’esperienza di Varesenews, perché può permettere di allargare questo dibattito sugli sviluppi dell’informazione online usando delle lenti diverse. Nato nel 1997, questo giornale sta facendo scuola sia al proprio interno, formando tanti giornalisti, sia all’esterno avviando altre esperienze analoghe. Nel tempo ha raggiunto una penetrazione che non conosce risultati simili per altri media in qualsiasi periodo storico. Varesenews ha fatto della qualità e dell’attenzione alla comunità i suoi punti di forza dimostrando come il lavoro di un giornale online locale richieda un contatto continuo e costante con gli attori del territorio. Questo permette lo sviluppo di una vera comunità virtuale che si riconosce però nelle questioni reali che i cittadini vivono giorno dopo giorno.
La nostra esperienza dimostra che un grande merito di Internet è quello di aver allargato incredibilmente il numero dei lettori, di coloro che fruiscono dell’informazione. C’è un forte desiderio di partecipazione, di un protagonismo attivo. Voglia di allargare la narrazione anche partendo da fatti di semplice vita quotidiana.
Purtroppo però non è solo questo. E per rendersene conto basta guardare anche solo ai commenti che spesso appaiono sul nostro, come su altri giornali. Insieme a tanto altro emerge il rancore, il disprezzo dell’altro, la rabbia, l’incapacità di sviluppare riflessioni serene e positive. E l’anonimato, che noi accettiamo, può favorire questo modo di esprimersi. Tutto vero. E allora? Fa male ammetterlo ma occorre avere il coraggio di affermare con chiarezza che questo è lo specchio di ciò che stiamo vivendo.
Come afferma Luca De Biase, “dobbiamo dire cosa noi possiamo fare per il web, prima di chiederci cosa il web possa fare per noi” e chi ha la responsabilità di narrare le storie delle comunità, oltre che di raccontare i fatti, deve scegliere quali sono le priorità. Ha il potere e il dovere di fare le domande, ma anche di farsi delle domande. E la prima per chi si occupa di web e giornalismo oggi è quale possa essere il ruolo dei cittadini. Noi non possiamo sceglierci i lettori, e per fortuna. Questi sono quello che sono. Possiamo eliminare i commenti offensivi, quelli violenti, quelli più distruttivi, ma andare oltre vorrebbe dire rinunciare a spazi di libertà, ma soprattutto alla possibilità di avere una grande opportunità di leggere come è messo il mondo. Dai commenti dei lettori emerge l’umanità o la disumanità, la profondità come la superficialità. Poi sta a noi "professionisti" della comunicazione dare maggiore o minore spazio alle questioni.
Insieme alla possibilità di aver allargato la partecipazione e continuare a estendere la sua diffusione va perciò cercata la strada per tenere sempre più in considerazione la qualità della comunicazione e delle relazioni. Non si deve dimenticare però che nel nostro Paese esiste un grave problema culturale e di formazione e se non ripartiamo da qui servirà a poco ogni ragionamento. Assisteremo sempre più agli schiamazzi e a commenti simili ai cori degli stadio. È un prezzo che va comunque pagato. Occorre saperlo e bene ha fatto Riotta a sollevare la questione.
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