“Quando l’Italia vuole cambiare, compaiono le stragi”
Giovanni Impastato fratello di Peppino, assassinato dalla mafia, è intervenuto al congresso della Fiom Cgil. «Stare tra i lavoratori mi commuove»
«Quando in questo paese si vuole cambiare qualcosa, compaiono le stragi perché la mafia ha posto una seria ipoteca sulla nascita della Prima Repubblica. Dopo Portella della Ginestra, il primo maggio del 1947, lo schema si è sempre ripetuto: al ’68 è seguita la stagione delle stragi di Piazza Fontana, piazza Della Loggia e dell’Italicus; dopo “Mani pulite” sono arrivate le stragi di Capaci e via D’Amelio, le bombe di Firenze e di Milano». E quelle di via Fauro a Roma. Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ucciso dalla mafia il 9 maggio del 1978, è intervenuto al congresso provinciale della Fiom-Cgil. Lui la mafia la conosce bene, perché ce l’aveva in casa. «Nostro padre era un mafioso. Nostro zio, Cesare Manzella, ucciso con un’autobomba, era il capo della cupola, prima dell’arrivo di Liggio». Anche Peppino Impastato è saltato in aria, disintegrato perché rappresentava il cambiamento con la storia della sua famiglia e del suo paese.
Giovanni parla del fratello come se fosse una presenza costante, reale. È un lutto che probabilmente non ha mai superato e il motivo è semplice: gli eredi degli assassini di Peppino Impastato sono ancora lì a reggere il sistema, quello "benedetto" dal «papello di Ciancimino».
Il richiamo alla legalità puo’sembrare scontato in un contesto come quello del congresso della Fiom-Cgil, non lo è però quando si affronta il problema dal punto di vista politico. La forza di Peppino Impastato consisteva nel fatto che non ragionava applicando le classiche categorie «rosse». Non incasellava tutto in una prospettiva di lotta di classe, di contrapposizione tra capitale e lavoro, borghesia e proletariato. Con la sua ironia riusciva sempre andare al nocciolo delle questioni e soprattutto a far sorridere la gente che, in un paesino nel cuore della Sicilia mafiosa, non è cosa da poco. Giovanni ricorda una sua battuta: «Ma quale lotta di classe. Qui alla gente bisogna spiegare cos’è un paesaggio, prima che venga distrutto».
A proposito di paesaggio, se è vero che Peppino Impastato era uno che «ragionava senza paraocchi», chissà se per fare il congresso della Fiom-Cgil avrebbe scelto l’AtaHotel, uno dei tre "approvati" da Guido Bertolaso per il grande evento dei Mondiali di ciclismo a Varese, e di proprietà del gruppo di Salvatore Ligresti.
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