“Io, alluvionato per cinque volte”

Vito Tioli si può considerare il "decano" degli imprenditori del Varesotto vittime di disastri ambientali. Ci ha raccontato come ha fatto ogni volta a ripartire. Con un pensieri ai "colleghi veneti"

Vito Tioli, proprietario di una galvanica, fabbrica di cromatura delle materie plastiche, si può considerare il "decano degli alluvionati". La sua azienda di Gornate Olona è andata “a mollo” ben cinque volte: nel 1992, nel 1995, due volte nel 2000 e nel 2002.
Tioli è quindi la persona più adatta per raccontare cosa succede ad un imprenditore che subisce un tale genere di danno.

Lei è stato “alluvionato” cinque volte
«Esatto. La peggiore è stata nel 1992: un metro e 10 d’acqua, con 25 cm di fango in tutta la fabbrica e in cortile. In tutto, 880 milioni di danni, di cui mi è stato riconosciuto il 10%»

88 milioni su ottocentottanta?
«Sì. Che mi sono pure arrivati nel 1998, sei anni dopo. Con il risultato che li ho messi in dichiarazione dei redditi come sopravvenienza attiva e mi hanno tassato il 50 per cento.
Naturalmente, nel frattempo nessuno si è sognato di concederci una sospensione del pagamento delle tasse, perciò noi abbiamo continuato a contribuire».

In queste cinque occasioni quante volte ha ricevuto contributi?
«Come dicevo, una prima volta nel 1992, quel famoso dieci per cento. Poi nel 1995 ho ricevuto un riconoscimento più corposo: il 35% dei danni subiti. Con un meccanismo che funzionò perfettamente: i fondi arrivarono al prefetto di allora, che li distribuì velocemente e efficacemente, sotto il controllo delle associazioni. Fu un bel lavoro, fatto bene, quello. Poi, più nulla»

E in quel caso come ci si rialza, dopo i danni?
«Qui ci arrangia da soli: si chiedono finanziamenti e si cercano di tirare un po’ più in là i pagamenti. Io sto pagando ancora adesso, per esempio».

A quanto ammontano i suoi danni?
«I danni complessivi che ho subìto ammontano a circa 2 miliardi e 300 milioni di vecchie lire (circa 1 milione 200mila euro, ndr). La prima volta ho avuto circa 88 milioni, la seconda invece un po’ di più, visto che i danni erano di circa 850 milioni e ne ho ricevuto il 35 per cento. In più la seconda volta sono stato più accorto, mi sono assicurato: così oltre il 35 per cento di contributi ho portato a casa anche i soldi dell’assicurazione, intorno ai 200 milioni. E’ stato un bel sollievo, e un grande aiuto per ripartire. Con un problema però: che l’assicurazione ha deciso di non assicurarmi più. O meglio: per l’anno successivo mi ha proposto un premio talmente alto che ho dovuto declinare. Così ho giocato alla cabala, ho scommesso sulla diradazione delle alluvioni e non mi sono assicurato più».

Non ha mai pensato di spostare la fabbrica?
«E perchè? Le fabbriche qui ci sono sempre state, il fiume è un amico delle fabbriche. Il fiume è diventato un nemico quando hanno incominciato a fare sciocchezze. Sugli alluvioni conta molto chi gestisce il territorio e le concessioni edilizie».

Cosa ha dovuto fare materialmente?
«Nell’immediato, mettere in salvaguardia le zone più delicate della produzione: ora per esempio tutto è sopraelevato, per evitare rischi elettrici. Poi abbiamo dovuto togliere il fango: hanno lavorato 20 persone per quasi un mese per togliere 4800 quintali di melma. Dopodichè ho chiamato lo spurgo per liberare gli scarichi: morale, la produzione si è fermata per circa un mese ma i miei dipendenti hanno lavorato per tutto il tempo, e quindi sono stati regolarmente pagati.
A quel punto abbiamo ricominciato la produzione: e per farlo ho chiesto ai miei creditori una dilazione di 60-90 giorni. Tutti mi hanno detto di si, sono stati molto comprensivi su quello che mi è capitato. Non è stato lo stesso per le banche però: subito dopo l’alluvione hanno cercato di ridurre la scopertura e i fidi che avevano in atto con me. In quella occasione ho fatto una litigata tremenda con uno dei direttori di banca con cui lavoravo: ero arrivato al punto di dirgli “chiudiamo tutti i rapporti e buonanotte”. Poi non capitò: anzi quel direttore nel ‘95 è stato il primo chiamarmi per chiedere se avevo bisogno di aumentare la mia operatività in banca… Con le ritrosie della banche mi sono rivolto ai Confidi (nel mio caso Fidimpresa) e lì è andata molto meglio: ho ottenuto un finanziamento notevole e sono riuscito a ritornare a lavorare con questo. Perchè in questi casi l’importante è avere i soldi al momento giusto: il problema in questi momenti è la liquidità, la possibilità di contare subito su delle risorse».

E i clienti, a cui avete consegnato in ritardo, invece, come si sono comportati?
«Bene: hanno portato pazienza, anche se in realtà non potevano fare altro. D’altra parte la prima volta il ritardo è stato di un mese, ma la seconda volta il ritardo delle consegne è stato solo di 15 giorni e la terza di 10: insomma, ormai eravamo allenati…»

Dal 2002, incrociando le dita, non avete più avuto danni…
«Bisogna dire che i lavori fatti sull’Olona in questi anni sono serviti. Soprattutto l’allargamento fatto a valle, tra Legnano e Castellanza è stato per me importante: ho avuto momenti in cui siamo arrivati a livello di pericolo, ma le esondazioni non ci sono state più. Dopo l’apertura della diga di Gurone, poi, la questione sembra si sia risolta definitivamente. E’ stata una cosa buona, ma ci hanno impiegato 20 anni a farla, nel frattempo è successo quello che è successo. E ai veneti sta capitando lo stesso, mi sa».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 novembre 2010
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