Natale con i tuoi… colleghi
Sono molte le persone che lavorano il 25 dicembre e i giorni a seguire. Ecco qualche breve storia di gente comune che non può sedersi a tavola e festeggiare
25 dicembre. Tutti pronti per andare a tavola…No, non proprio tutti. Per alcuni, anche quel giorno, suona la sveglia sul comodino. E quindi è un giorno, quasi, normale. Abbiamo raccolto qualche piccola storia di “gente comune” che taglierà il panettone (forse) insieme ai colleghi e non a casa propria.
Al ristorante
Con questo sono dodici i Natali che passo al ristorante. Non a pranzo si intende, ma al lavoro. Lavorare il giorno di Natale è strano ma con il tempo anche questo diventa un rito.
Si impara ad esempio a concentrare la festa, scambio dei regali compresi, nella serata del 24. La regola vuole che si faccia il tutto sempre senza esagerare perché poi, per affrontare gli affamati del 25, bisogna essere in forma (con le gambe leggere e senza occhiaie, cosa che diventa più difficile per ogni bicchiere di spumante bevuto dopo la mezzanotte). Ma quelli sono i buoni propositi, poi si sa che anche a Natale le occhiaie e le gambe pesanti non ce le leva nessuno…
Il mattino, tensione a parte, passa sempre velocemente. Gli affamati dovrebbero arrivare intorno alle 12.30 ma a mezzogiorno sono già tutti fuori dalla porta pronti all’assalto. Si cerca in qualche modo di prendere tempo… almeno per la digestione… Noi (camerieri, cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, ecc) di solito mangiamo prima del servizio, e dato che siamo diventati una sorta di famiglia allargata ci troviamo a sbranare in mezz’ora quello che la gente comune porta a tavola dalla una alle cinque della sera (panettone compreso). Anche questo non aiuta, ma non si può saltare il pranzo il giorno di Natale.
Passiamo oltre… I clienti entrano. Ce ne sono di due tipi: quelli felici di passare il natale in famiglia e gli altri. Gli altri cambieranno umore solo davanti alla crespella. O al tortellone. In caso contrario non c’è più nulla da fare. È matematico che porteranno a casa il broncio di quando sono arrivati. Ore 13 si attacca con: antipasti, primi, secondi di pesce, sorbetto, secondi di carne, panettone, spumante, caffè e digestivo. Sembra un menù infinito visto all’inizio ma alle 4 del pomeriggio si intravede l’uscita dal tunnel. Ore 17 è tutto finito. Ore 18 esce l’ultimo cliente, un po’ barcollando. Ore 19, si spengono le luci e si chiude la porta. Gli affamati se ne sono andati, restano le occhiaie e le gambe un po’ più pesanti. Ma da quel momento in poi chi se ne frega, il Natale è iniziato anche per noi.
Maria
Il mio amaro Natale in ambulanza
Ricordo tante vigilie senza il falò nella piazza del paese e il vin brulè di mezzanotte, passate invece in Croce Rossa. In una di queste sere uscimmo in ambulanza così veloci, che ad un passaggio a livello sbattei la testa contro il tettuccio del Ducato 4×4, e persi gli occhiali. O quella volta che nevicò e dovetti mettere le catene al mezzo, io che non ho neppure la patente.
Ma quell’anno la feci grossa: mancai di segnarmi per le indisponibilità (i giorni in cui i volontari del soccorso della Croce Rossa Italiana avvisano che non sono disponibili per i turni) e dovetti combattere col mio stomaco capiente e con le proteste urlate dei miei parenti per sopravvivere alla mancanza del pranzo natalizio. Così passai il 25 dicembre in divisa, dalle 13.30 alle 20. Arrivai in sede col sapore ancora in bocca di un crostino di salmone imburrato e mangiato al volo.
Ci chiamarono subito per un paio di urgenze di poco conto, tra cui anche una signora che stette male durante un pranzo, in un ristorante: dopo un paio di curve, adagiata sul lettino dell’ambulanza, riempì di vomito l’equipaggio e l’abitacolo.
Poi ci chiamarono per un trasferimento da un ospedale ad una casa di riposo. Era un’anziana, senza parenti: la dimisero proprio al giorno di Natale. Arrivati all’ospizio ci fermammo nell’atrio dove gli altri degenti in grado di camminare erano stati parcheggiati di fronte alla tv accesa; trasmettevano un pippone tremendo con banalità e finti litigi, anche quel giorno. Aprimmo un paio di panettoni e restammo lì con loro per una decina di minuti: non avevano nessuno con cui festeggiare e per questo non volevano farci andare via. Alla fine, tra baci e carezze, riuscimmo ad andarcene. Rientrammo in sede giusto per il cambio turno senza parlare. Da quella volta non feci più nessun Natale in Croce Rossa.
Andrea
Casa di riposo
Eccomi, io lavoro in una casa di riposo e il giorno di Natale e anche Santo Stefano lavoro il pomeriggio fino alle 22! Non mi è andata poi così male perchè fino all’anno scorso anche mio marito faceva turni anche festivi (Malpensa) ed era un terno al lotto riuscire a vederci in quei giorni.
Abbiamo deciso di festeggiare con le nostre figlie e rispettivi compagni la vigilia.
Poi a Natale sarò la solita "casinista" al lavoro e cercherò di non far pesare tanto ai miei "vecchietti" il fatto di essere lì e non a casa propria. Scrive Carla
E Diana aggiunge: lavoro in casa di riposo il 25 e il 26 pomeriggio, dalle 14 alle 22. Come Lidia: “Quest’anno mi va meglio, lavoro la vigilia fino alle 22. Natale a casa e 26 al mattino. Lavoro in una casa di riposo e purtroppo quest’anno l’atmosfera di festa non c’è per niente: anche nel nostro lavoro ci sono crisi, tagli di orario e di personale. E’ una cosa che fa troppo male, non ho idea di come sarà a gennaio e anche solo l’idea di perdere altri colleghi…uffa vabbè…buon Natale a tutti”.

In aereo
Molti invidieranno il mio Natale sempre all’estero, ma essere a casa a volte è quello che conta di più. Questo 25 dicembre sarò in Kenya, a Mombasa. Sono hostess e dovrò rimanere in Africa per i voli dal 23 al 28 dicembre. Purtroppo non conosco ancora molto bene il resto del mio equipaggio, perché quest’anno ho dovuto cambiare compagnia, ma andrà tutto bene. Come sempre. Sicuramente videochiamerò a casa con Skype, per sentirmi vicina a mia mamma e ai miei amici. Io, invece, spero di festeggiare con un pranzo in albergo, ma soprattutto spero di tornare presto!
Diana
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