L’indagine smentisce la politica: i frontalieri non rubano il lavoro
Un rapporto dell'Ire risponde con numeri e indici a chi sostiene che i lavoratori stranieri siano preferiti a quelli locali. Un'accusa sollevata spesso dai partiti della destra
I lavoratori ticinesi non devono temere un’invasione di frontalieri, così come non è provato che le imprese locali preferiscano gli italiani "a basso costo" alla manodopera locale. Sono questi, in sintesi, i risultati di un’indagine recentemente pubblicata dall’Ire (Istituto ricerca economica) dal titolo "Disoccupazione e frontalierato in Canton Ticino". Un rapporto che risponde con numeri e indici a chi sostiene proprio il contrario, a quella tesi "proposta da alcuni ambienti, economici e politico-istituzionali, secondo la quale il frontalierato stia portando a una sostituzione sistematica dei lavoratori indigeni con lavoratori stranieri pendolari". Questo rischio non c’è, o almeno non è diffuso a tutta l’economia ticinese.
Non esiste tuttavia una prova scientifica di una "sostituzione sistematica tra lavoratori frontalieri/disoccupati" ma piuttosto un problema proprio del mercato del lavoro, tecnicamente "un fenomeno di accoppiamento non pienamente soddisfatto tra domanda di lavoro e offerta del mercato interno".
Frontalieri, i più ricercati dal commercio – C’è solo un settore che gli esperti invitano a monitorare e che è quello del commercio. Un ramo "che richiede sempre più lavoratori in entrata con alti livelli di istruzione e in grado di assumere mansioni di responsabilità; dall’analisi dei dati emerge che il mercato, presumibilmente non trovando appieno tali figure all’interno del Ticino, si è rivolto e continua a rivolgersi all’esterno (anche al di là delle ex-zone di frontiera)".
Cresce l’economia, crescono gli stranieri – L’analisi dell’Ire mette in luce anche il funzionamento del mercato del lavoro ticinese. "Si nota come il numero dei frontalieri (permessi) abbia seguito un andamento strutturale (cioè in linea con il ciclo economico), con una crescita negli anni ‘80, per poi decrescere con la crisi degli anni ‘90 quando è cresciuto il tasso di disoccupazione. Con la ripresa economica degli anni 2000 il numero dei frontalieri è tornato a salire (con un rallentamento durante la metà del decennio), con una diminuzione dei disoccupati, per poi non arrestare la sua crescita neppure durante la crisi che è iniziata nel 2007. L’incremento ha riguardato essenzialmente il settore terziario, mentre nel settore secondario anche la manodopera frontaliera è diminuita".
Gli "anti-italiani" in vista del voto – Lavoro, fisco e criminalità: su questi tre aspetti, che molto hanno a che fare con i "rapporti di vicinato" tra Italia e Svizzera, si gioca una parte rilevante della campagna elettorale delle forze politiche della destra ticinese in vista del voto del 10 aprile prossimo. Da mesi si assiste infatti anche ad attacchi da parte di alcune formazioni politiche nei confronti del nostro Governo e nei rapporti con le province italiane di confine: dalla tristemente nota campagna "Bala i ratt", che raffigurava i lavoratori stranieri come topi affamati, alle interrogazioni sull’impiego dei frontalieri della Lega dei Ticinesi. Solo alcune settimane fa, intervenendo sul problema della sicurezza (legato all’aumento delle rapine nelle zone di confine) il leader Giuliano Bignasca ha dichiarato "al posto della rete metallica bisogna fare un muro di cemento armato alto quattro metri. L’unico cemento armato che ci serve è quello del muro con l’Italia".
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