Il sindacato: “Aprire i negozi il Primo Maggio non risolve la crisi”

Cgil, Cisl e Uil bocciano l’apertura dei negozi durante la festa dei lavoratori. Carmela Tascone (Cisl): «non sarà certamente questa domenica a mettere in discussione i destini delle imprese»

L’apertura dei negozi il Primo Maggio, festa dei lavoratori, è una scelta che il sindacato non condivide. Le ragioni del dissenso oscillano tra la difesa dei principi e un atteggiamento pragmatico.

Carmela Tascone, segretario provinciale della Cisl
: «La festa dei lavoratori è sacra ed è un momento significativo per fare memoria del lavoro, per ricordare l’importanza del lavoro. Queste poche occasioni, dove si ricordano avvenimenti fondamentali per la vita democratica del Paese, vanno condivise e preservate. Non è così che si risolve la crisi, gli sforzi dei lavoratori per andare incontro alle difficoltà delle imprese sono stati notevolissimi. Hanno fatto turnazioni rispondenti alle esigenze aziendali, hanno fatto sacrifici e sono sempre stati responsabili. Ci sono punti fermi della vita sociale che non vanno dispersi e non sarà certamente questa domenica a mettere in discussione i destini delle imprese. Anzi, festeggiare il Primo Maggio è indicativo della voglia di lavoro che c’è in questo Paese».
 
Pino Pizzo, segretario  della Filcams-Cgil: «Le aperture selvagge del 1 maggio offendono e non rispettano il mondo del lavoro. A subirne le conseguenze saranno le lavoratrici ed i lavoratori del settore. Le continue deroghe alle aperture commerciali non aiutano l’economia, ma contribuiscono a creare lavoro precario e ledono il diritto al riposo dei lavoratori. Per affrontare la crisi è necessario ridefinire un nuovo modello di consumo, che non significa concedere improvvise deroghe e sostituire i lavoratori stabili con i lavoratori precari o interinali. Il giorno di riposo dal lavoro è indispensabile, così come è indispensabile che la giornata di riposo possa coincidere con la domenica o la festività, per dare la possibilità ai lavoratori di mantenere una propria vita famigliare.  Non è una crociata contro le aperture domenicali e festive, ma si chiede una calendarizzazione concordata certa e programmata e non deroghe dell’ultima ora. Il nuovo modello di consumo, indispensabile per uscire dalla crisi, deve tener conto delle esigenze del mercato, ma nel rispetto della condizione delle lavoratrici e dei lavoratori».
 
Alessandro Sanhueza, segretario della Uiltucs, la mette sul pragmatico: «Non è solo un problema di principi, che sono del tutto condivisibili, ma è una questione legata agli orientamenti esistenti. Una crisi reale dei consumi non si risolve così, anche perché un piccolo commerciante, che non sta in negozio, dovrà anche pagare la festività al proprio commesso. Conviene alla grande distribuzione che sulla domenica si è autoderogata. In una città come la nostra, il piccolo e medio commerciante se è lui che si piazza a vendere  gli conviene, altrimenti c’è una questione di costi che si era già avuta durante l’apertura notturna. Per me, quindi, è un problema pragmatico, conviene anche al lavoratore spingere sul superamento della crisi, ma questa proposta è ininfluente. Le associazioni dicono che c’è un problema di consumo e un problema globale legato alle forniture: spesso il fornitore diventa un concorrente del commerciante».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 28 Aprile 2011
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