Alla Whirlpool non si entra

I lavoratori scioperano e bloccano le due portinerie in attesa dei risultati dell'incontro tra le parti sociali presso l'Unione industriali di Varese. Prevale la preoccupazione sulla rabbia: «Se chiude questa azienda saranno problemi per tutti, proprio tutti»

Ore 12 e 30, Cassinetta di Biandronno. Davanti all’entrata principale della Whirlpool ci sono gli striscioni e le bandiere di Fiom, Fim e Uilm e i lavoratori che scioperano per protestare contro i 600 licenziamenti annunciati dalla multinazionale americana.
Un camionista, in coda davanti alla portineria, tira fuori una parabola e la piazza sulla cabina del suo camion. Arriva dall’Ungheria e deve scaricare della merce dopo aver fatto migliaia di chilometri in giro per l’Europa. «Mi organizzo – dice l’uomo- perché qui andrà per le lunghe. Mi guardo un po’ di televisione e sento se c’è qualche buona notizia almeno dal mio paese, visto che nel resto del continente le cose non vanno bene».
Davanti alla portineria i vari turni si danno il cambio. I lavoratori parlano. Qualcuno scherza e c’è chi gioca al calciobalilla al bar. È come se sulla rabbia prevalesse una sorta di cupa rassegnazione e paura per il futuro. «In azienda il timore che finirà, lo tocchi con mano» dice Simona Bruno, operaia del reparto frigoriferi.
Quasi la metà dei 2200 lavoratori di Cassinetta, tra operai e impiegati, sono donne che spesso lavorano al fianco dei propri mariti. «In questa situazione sono coinvolte famiglie intere – racconta Cinzia Del Grande, operaia del side by side il reparto che verrà chiuso –. Mio marito lavora nell’indotto di Whirlpool e questi tagli creeranno problemi anche a lui».
Le ragioni di questa ristrutturazione sono chiare: la Whirlpool Emea in Europa perde colpi rispetto gli agguerriti concorrenti orientali, Samsung ed Lg in testa, 12 milioni di dollari solo quest’anno, che non è ancora terminato. «Siamo consapevoli che c’è un declino della nostra industria – spiega Mirella che si occupa di qualità – ma tenere la competitività è difficile per via del dumping salariale. Occorre fare massa, essere coesi e fare pressione sulle autorità politiche regionali e provinciali».
Un operaio della Whirlpool guadagna al mese tra i 1.200 e i 1.300 euro, tenendo conto di tutte e quindici le mensilità. Ciro Landolfi con quei soldi ci campa tutta la famiglia, compresa una figlia disoccupata e il nipotino. «Io sono il welfare dei miei parenti – spiega l’operaio -. Lavoro in questa azienda da 36 anni, oggi ne ho 57 e la mia prospettiva è il prepensionamento, ma la mobilità al 70 per cento e la cassa integrazione al 52 per cento mi garantiranno un reddito molto inferiore a quello attuale e già oggi mi chiedo come farò a tirare avanti. Quei pochi risparmi che avevo la crisi me li ha erosi e questa volta non ci sono soldi per la buonuscita».
La Whirlpool per il territorio è un simbolo, in gran parte ereditato dal padre fondatore Giovanni Borghi – mister Ignis per intederci – emblema del miracolo italiano. Venire a lavorare a Cassinetta era una sorta di eredità famigliare: fuori i padri, dentro i figli. Un rapporto che andava ben al di là del normale posto di lavoro, perché avere un posto qui significava essere partecipi della storia e del progresso di un intero Paese. «Io sono la testimonianza di una delle tante staffette generazionali presenti in questa fabbrica» racconta Piero, che è entrato in Whirlpool all’età di sedici anni, dopo aver fatto le scuole serali. «Mio padre lavorava alla Ignis e io sono qui da 35 anni. Se chiudiamo non saranno problemi solo per me, ma per tutti. Proprio tutti».
Piero non cita la famosa canzone di Francesco De Gregori, ma quando chiama i colleghi a raccontare che cosa rappresenta la Whirlpool per loro è come se dicesse: «La storia siamo noi nessuno si senta escluso».

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Pubblicato il 17 Novembre 2011
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