“Quella volta che, da codardo, sono scappato”
"Non mi preoccupa lo Schettino in sé, mi preoccupa lo Schettino in me", scriveva qualche giorno fa Massimo Gramellini su "La Stampa". Noi abbiamo chiesto ai nostri lettori su Facebook di raccontarci quella volta che sono sfuggiti alle responsabilità
"Parafrasando Giorgio Gaber, non mi preoccupa lo Schettino in sé, mi preoccupa lo Schettino in me", scriveva qualche giorno fa Massimo Gramellini su "La Stampa". Un po’ di coraggio: raccontateci quando siete scappati da qualcosa. Un gesto codardo di cui vi pentite ancora oggi…
Ai nostri "amici" su Facebook, questa mattina, abbiamo chiesto di esporsi un po’. E qualcuno lo ha fatto. Piccole storie che rivelano però la parte "in ombra" che ciascuno di noi ha, quella che sbaglia, quella che non abbiamo sempre sotto controllo. Ne riportiamo un paio e la terza, semiseria, di Marco Caccianiga.
Scrive Claudia: "Il gesto di cui mi pento ancora oggi è successo anni fa quando un ragazzo in azienda durante un trasloco si è reciso una vena del polso ed entrando nel mio ufficio implorava il mio aiuto. C’era sangue ovunque si è trovato una persona paralizzata, nei gesti e nella voce, tanto che non sono nemmeno riuscita a chiamare aiuto. Grazie al cielo un collega è arrivato in tempo, e lo ha portato immediatamente in ospedale. Nonostante credo di essere una persona coraggiosa in quell’occasione il panico ha avuto il sopravvento e mi ha bloccata, per giorno ho faticato a parlare".
Laura: "Non risposi all’appello di italiano perché mi terrorizzava il professore, che si diceva sequestrasse i libretti scrivendo sopra il voto senza possibilità di fartelo rifiutare. Avevo ventidue anni. La mia carriera universitaria finì. Decisi di reiscrivermi solo quando fossi diventata adulta: da mamma".
Gabriella: "Tutte le volte che passiamo di fianco a un senza tetto".
Marco Caccianiga "Incubi. Tachicardia. Lingua impastata. E sudore. Freddo, direi gelido. Ancora oggi non mi perdono di non aver avuto fiducia in Claudio Andrè Taffarel, portiere della Seleçao brasileira ai mondiali del 1994. Non ebbi il coraggio di guardare il rigore calciato e fallito da Roberto Baggio nella finale di Pasadena. Impossibile per uno con i suoi piedi sbagliare. Ed invece accadde. Perchè Ayrton Senna, dal Cielo, deviò la traiettoria. Ed il mio Brasile divenne tetracampeao. Mi persi, per codardia, quell’attimo fuggente, la particella di Dio. E, comunque, in me non vi è nemmeno l’ombra di un qualsivoglia Schettino. Se ci fosse, mi darei fuoco".
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