La politica del meno peggio

Quando un "politico di razza" motiva i propri sostenitori affermando che si deve votare il meno peggio, "perché così continuiamo a sostenete i nostri valori", vuol dire che un pezzo di paese è arrivato al capolinea.
La politica è anche esercizio di realismo, è anche l’arte del compromesso. Lo sappiamo bene. Come non pensare a quello che tra il 1946 e il 1948 fecero i padri costituenti dando vita a una delle carte più belle al mondo. Cattolici, comunisti e socialisti diedero il meglio pensando al futuro dell’Italia. Guardavano avanti coscienti che occorreva trovare delle sintesi per dare speranza a un popolo che usciva da vent’anni di fascismo, e da una guerra devastante, non solo per la distruzione materiale, ma per la frattura che aveva operato tra il popolo.
Di tutto questo non c’è traccia nella politica di oggi. Il respiro è sempre corto, i ragionamenti sono incentrati sulla tattica e mai sulle visioni del futuro. Non c’è alcuna speranza nei ragionamenti di tanti.
Di fronte alla crisi di gran parte dell’Occidente, l’Obama di quattro anni fa sfoderò un "Yes, we can", che era un po’ il "Si può fare" che avevano lanciato le cooperative di "matti" alla fine degli anni Settanta. Oggi non c’è più traccia di una qualche visione.
"Di angeli abbattuti a schioppettate, gonfio è il carniere della ragione", scriveva Ettore Masina tanti anni fa. C’è da riflettere e tanto per chi pensa alla politica solo come realpolitik.
Affermare di votare per il meno peggio è una bestemmia. È bestemmiare le intelligenze. Nello specifico quella di Maroni, perché lui non è il "meno peggio". Piaccia o meno lui ha un programma e lo ha perfezionato da tempo. Basti pensare che nella sua campagna elettorale è riuscito a far scomparire la Lega, che invece resta ben salda nei sondaggi. Se non ha un progetto lui vuol dire che in tanti che lo sostengono son matti. Il progetto di Maroni ha benefici e costi. Chi lo appoggia deve saperlo e andarlo a raccontare con orgoglio, ben sapendo che attuarlo sarebbe la fine della sussidarietà, perché una regione che trattenga il 75% del gettito fiscale (ammesso che si possa) non ne avrebbe più alcun bisogno. 
L’affermazione di Raffaele Cattaneo, perché è lui quello della teoria del meno peggio, è grave soprattutto per i suoi, perché non si difendono così i valori.
La testimonianza è quella che semina tra le anime, e che fa germogliare progetti e fiducia. Sono i profeti quelli che cambiano la realtà, altro che le maggioranze per governare. Don Milani viveva in un borgo di poche decine di montanari, eppure ha lasciato segni indelebili nella Chiesa. Lo stesso si può dire di don Mazzi dall’Isolotto, o di don Puglisi, solo per citarne alcuni.
La scelta di Cattaneo è una scelta di potere, e l’imbarazzo di stare con Berlusconi, dopo averne preso le distanze in tutti modi non si può spiegare che così. Non c’è niente di male, e soprattutto nulla di cui vergognarsi se ci si crede, ma va dichiarata per quello che è. Non c’è bisogno di altro per "rimetterci la faccia", come recita il suo slogan. Anche se per la verità, pensando al "meno peggio", non ci dispiacerebbe sapere se lo ha mai sfiorato il dubbio di ciò che aveva fatto il suo collega di partito e di giunta che prese i voti della n’drangheta per esser eletto. Dei meriti delle altre sue colleghe di banco si è fin troppo scritto, e ora guardiamo avanti, anche se qualche "distrazione" di troppo al Pirelonne devono averla avuta. Tanto che si va a votare con due anni di anticipo, e con un numero di arresti e di indagati per reati gravissimi, come non se ne erano mai visti finora.
Quanti altri compromessi saranno necessari per assicurarsi che i propri valori potranno restare ben saldi?
Triste la politica quando smarrisce il sentiero della coerenza e della speranza.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 19 Gennaio 2013
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