“My two cents”: quando l’acustica diventa emozione
Intervista a Niccolò Maggio, chitarrista dei Terza Pietra del Sole, che presenta un progetto da solista
Le parole a volte sono superflue per esprimere le emozioni che proviamo quotidianamente. I vari flussi di coscienza non trovano posto in descrizioni che risultano spesso e volentieri retoriche e il mondo della canzone indipendente ne sa qualcosa. Quindi perché non realizzare un album interamente strumentale? NK, progetto solista di Niccolò Maggio, chitarrista e autore dei Terza Pietra dal Sole (band del varesotto), ha realizzato un progetto acustico, un ep di cinque tracce intitolato My Two Cents. Le tracce si snodano in arpeggi melodici e liberi che descrivono il nucleo emotivo dell’autore, ordinando i titoli come fossero tappe di un percorso esistenziale. Il progetto si può approfondire anche sulla pagina https://soundcloud.com/niccolonkmaggio e sul canale Youtube http://www.youtube.com/ dinocrocvssupergator .
Le cinque tracce sembrano indicare le tappe di viaggio interiore o comunque personale. Ti riconosci in questo? Che cosa significa per te questo progetto?
«Si, mi riconosco in questo. Infatti le cinque tracce corrispondo a cinque punti di svolta della mia vita. Non necessariamente relativi a fatti accaduti. Si tratta anche di semplici prese di coscienza. “My two cents” in fondo è nato da una necessità di catarsi. Avevo bisogno di liberarmi di un po’ di pensieri. In corso d’opera, poi, è diventato qualcosa di ulteriore. Ho iniziato a vederlo anche come un mezzo col quale spargere un po’ di megabyte di me in internet. Per imprimerli e lasciarli li, a disposizione di chi vorrà usufruirne».
Come mai la scelta di un ep completamente strumentale e acustico? Da cosa nasce il titolo My Two Cents?
«Quella dello strumentale acustico non è stata una vera e propria scelta. Non ho iniziato quest’opera dalla “progettazione”. Ho semplicemente iniziato a suonare la mia acustica, sperimentando accordature inventate al momento. Per cercare di inibire le mie conoscenze teoriche. E cercare di lasciare più spazio possibile alle sensazioni che volevo mettere in musica. Dopo un po’ mi sono accorto che c’era un ordine dietro le improvvisazioni che facevo. Da lì in poi è stato facile. Ho solo seguito quello che senza accorgermene avevo già ideato. Il titolo, invece, viene da un vecchio modo di dire inglese. Completo, se non sbaglio, sarebbe “In my two cents”. In italiano non c’è un vero è proprio modo di tradurlo. Sarebbe come dire “secondo me” o “ a parer mio”, associando il valore dell’opinione che si sta per dire ad una cosa di poco conto. Come due centesimi. In fondo questo è un acustico “secondo me”, no?»
Visto che la prima traccia si intitola The Beginning, in che condizioni ti trovavi quando hai iniziato il progetto? Da che punto sei partito?
«Come dicevo prima avevo bisogno di buttare fuori un po’ di pensieri. Sono una persona inquieta talvolta. Ma non voglio soffermarmi su questo. Mettiamola così. Io penso che l’arte vera parta sempre da uno stimolo egoista. E’ un errore pensarla come una cosa puramente altruista. E’ lo stimolo egoista di liberarsi da qualcosa che incanala realmente quel qualcosa in un accordo, in una pennellata o in una parola. Questo è stato il mio punto di partenza. E penso di essere riuscito a renderlo a pieno. Detto questo, però, bisogna dire che un’opera si concretizza solo se, sviluppandola, riesci a trasformare l’egoismo in altruismo. Sono riuscito in questo? Non posso essere io a dirlo».
L’ultima si intitola Hopes, in cosa speri?
«In cose semplici. Niente di complesso. Principalmente nel trovare un equilibrio. Vivo la speranza come una cosa tanto dolce quanto amara. E’ l’unione perfetta tra la mancanza e il desiderio. Ed è così che ho cercato di tradurla in questa canzone. Come un alternanza di questi due stati. Con un gioco di parlo ti direi che “spero” di esserci riuscito.
C’è la possibilità in Italia di rendere la propria passione per la musica una professione nonostante la crisi economica, sociale e culturale?
«Difficile dirlo. Cosa vuol dire rendere la propria passione una professione? Intendi forse il riuscire a monetizzarla quel tanto che basti a vivere? Bè l’arte produce soldi quando ha successo. Mmm successo… riguardo a quest’ultima parola si è fatta molta confusione negli ultimi tempi. Soprattutto da parte degli artisti. Si crede che sia la diretta conseguenza dell’impegno, ma non è così. L’arte non deve niente a nessuno. L’avere successo c’entra solo con l’essere la persona giusta, col giusto messaggio, comunicato nella giusta maniera e al momento giusto. Detto questo, siamo così sicuri che il vero professionista sia necessariamente quello che è riuscito a monetizzare la propria arte? Forse che Beethoven è diventato un professionista solo dopo aver guadagnato i primi soldi? Sto divagando. In risposta alla tua domanda si, la possibilità c’è. C’è sempre stata e ci sarà sempre. Sono le possibilità di crescita ad essere uccise dalla crisi. Non tutti gli artisti esplodono di botto. Alcuni hanno bisogno di una progressiva evoluzione. E’ sull’odierna mediocrità del livello medio che vedi la crisi.
Hai qualche nuovo progetto in cantiere o in mente?
«A dire il vero sì. C’è un progetto che sto cercando di mettere in piedi da un po’. E’ forse la pensata più strana che abbia mai avuto, ma non sono ancora riuscito a concretizzarlo a dovere. Pensa che ho già cambiato due batteristi e non ho ancora fatto una data (ride ndr)…Con i Terza Pietra Dal Sole sto componendo materiale nuovo. Ho maturato un po’ d’idee riguardo a questo progetto. Vorrei portarlo oltre. Svoltando ancora genere. Ti dico in anteprima che a breve pubblicheremo anche un nuovo video. Per questo progetto (l’acustico) invece continuo a seguire il flusso cercando di farmi portare dalla corrente. Ogni tanto abbozzo anche qualche brano nuovo».
Se dovessi scegliere tre libri e tre dischi da portare con te in un viaggio, quali porteresti?
«Così di getto direi “Led Zeppelin IV” (Led Zeppelin), “Ummagumma” (Pink Floyd), “The Fragile” (Nine Inch Nails). Come libri direi “I sotterranei” (Jack Kerouac), “Oceano mare” (Alessandro Baricco), “Storie di ordinaria follia” (Charles Bukowski). Probabilmente se tu me li richiedessi tra dieci minuti cambierei idea. Ma fa parte del gioco, no?»
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