Processo per violenza, i “battesimi speciali” dei giocatori di football

L'allenatore Maurizio Vismara è a processo con l'accusa di violenza sessuale, per l'episodio avvenuto a Malpensa. Il racconto di un giocatore dei Seaman, tra "battesimi classici" e versioni più estreme

C’è il “battesimo” definito “classico”, fatto solo di schiaffoni sulla schiena. E c’è quello "speciale", fatto di atti violenza più pesante, difficili anche da raccontare. Al processo all’allenatore di football dei Seaman di Milano Maurizio Vismara – accusato di aver penetrato con le dita un suo giocatore minorenne – ogni udienza costruisce man mano il quadro di una violenza diffusa e quasi normale. Ma a volte bastano poche parole per far emergere la vergogna: «Anche io ho ricevuto il "battesimo" durante un ritiro ad Asiago. Non mi va di raccontarlo». Così ha risposto al Pm un giocatore minorenne all’epoca dei fatti, anche lui sotto accusa (al tribunale per i minorenni di Milano) e chiamato a deporre in questo caso come testimone: la voce che si fa incerta, la facoltà di non rispondere che viene in aiuto del pudore.

Il giovane, allora in forza alle giovanili dei Seaman, ha raccontato che quel giorno prima di una trasferta a Cagliari in un angolo appartato di Malpensa («non isolato», poco distante dai check in, ma scelto perché «non c’erano telecamere»), quattro giovani giocatori vennero scelti per il “battesimo”, condotto dall’allenatore Vismara davanti agli altri ragazzi, quelli già “battezzati”. Per tre di loro, «il battesimo classico, quello con le pacche sulla schiena». Perché poi ci sono altre versioni, come quello in cui al “battezzato” si lega una pietra al pene, con un cordino: si lascia cadere la pietra e un altro del gruppo la prende al volo (una sorta di prova di fiducia). Il “battesimo speciale” avvenuto a Malpensa ha riguardato un solo giocatore – la vittima che ha denunciato – ed era però diverso, lo si è capito quando l’allenatore si è infilato un preservativo sulle dita e si è accostato al “battezzando”. E qui anche le domande degli avvocati puntano a capire se c’è stata o meno penetrazione con le dita, elemento che peserebbe sull’accusa rivolta al giocatore. «Da dove ero io ho visto che la mano era lì, ma la penetrazione non l’ho vista». La deposizione del giocatore ha confermato anche la posizione defilata dell’altro coach della squadra: «essendo noi tutti piuttosto “piazzati”, era difficile che vedesse dal punto in cui era».

Penetrazione o meno, il racconto della giovane vittima parla poi di un’esperienza, «che l’ha ferito a livello psicologico, faceva fatica a dormire nei giorni seguenti», dice la psicologa incaricata della perizia (contestata dalle difese sui metodi di valutazione, rivisti sulla base della Convenzione internazionale di Lanzarote recepita in Italia con legge dell’ottobre 2012, successiva al fatto e al colloquio perizia). Secondo la perizia la stessa vittima nel corso del colloquio ha confermato la penetrazione delle dita nell’ano. L’esperienza segnò il giovane giocatore, ma tra compagni di squadra non si parlò del “battesimo speciale”, nè sull’aereo per Cagliari, nè dopo il rientro, anche se la stessa sera comparve nel gruppo facebook proprio il video del “battesimo”. Le immagini c’erano, ma la ritrosia a parlare dell’episodio sembra evidente: il compagno di squadra dice della vittima dice solo: «Si vedeva che era triste». E anche dei “battesimi” fatti nella trasferta ad Asiago sembra meglio non parlare.

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Pubblicato il 18 Giugno 2013
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