Per l’Onu non è il momento di un intervento in Libia

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunito ieri a New York, ha stabilito che la soluzione deve essere politica, ma il Paese è diviso in due e l'Egitto continua a bombardare le postazioni in mano all'Isis

Il veto degli Stati Uniti, membro permanente dell’Onu, scongiura un intervento armato in Libia.
Ieri, durante il summit del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che si è svolto a New York, si è scongiurato un imminente attacco nei territori libici controllati dall’Isis. 
Il governo di Tobruk, quello riconosciuto dalla comunità internazionale dopo la caduta di Gheddafi, ha tuttavia richiesto che venga sospeso l’embargo sulla vendita di armi, imposto dall’Onu nel 2011. 

Secondo il governo libico le armi verrebbero impiegate per combattere le milizie dello Stato Islamico che in Libia, come riportano gli ultimi aggiornamenti forniti dall’Istituto per gli studi internazionali (Ispi) rimane numericamente poco rilevante. Secondo gli osservatori non bisogna confondere le forze islamiche – di vario tipo – con l’Isis. L’escalation di violenza scoppiato nel paese magrebino sarebbe iniziata nel settembre scorso, quando a Derna un primo nucleo di combattenti di ritorno da Siria e Iraq che costituivano la brigata al–Battar, circa 300 uomini, si é fuso con un gruppo di giovani jihadisti locali (Youth Shura Council) creando una enclave del Califfato in Libia. Il califfo Al–Baghdadi ha poi inviato degli emissari che potessero fornire una visione strategica all’azione del gruppo, da qui una prima espansione nella zona di Sirte. Piccoli nuclei in giro per il paese si sono attivati dichiarandosi fedeli al Califfato, tuttavia il numero complessivo potrebbe essere di poco superiore al migliaio. Altri gruppi islamico–radicali come Ansar al–Sharia numericamente piú cospicui e in aperta lotta con le forze del generale Haftar a Bengasi, si mantengono invece autonomi dal Califfato.

Queste ed altre considerazioni sulla situazione libica hanno fatto prevalere la strategia diplomatica su quella interventista, almeno per il momento. L’inviato delle Nazioni Unite, lo spagnolo Bernardino Leon, ha detto che: «L’Isis ha trovato terreno fertile nell’instabilità del Paese, ma il dialogo politico sta facendo progressi». Anche Italia e Algeria si sono espresse a favore di un rafforzamento a sostegno della missione condotta da Bernardino Leon. Mentre il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha escluso il rischio di infiltrazioni jhadiste attraverso i barconi che dalla Libia cercano di raggiungere il nostro Paese. 

Apertamente schierato per un intervento armato è invece il governo egiziano del presidente Al Sisi che da giorni sta bombardando le postazioni controllate dalle milizie dell’Isis. Secondo gli analisti questa posizione si spiegherebbe anche con l’aperta ostilità dell’ex generale egiziano contro i movimenti islamisti radicati in Libia. Così si spiegherebbe la richiesta, avanzata ieri dal Cairo, di imporre un blocco navale sulle armi dirette verso le zone della Libia che si trovano fuori dal controllo del “governo legittimo” di Tobruk. L’Egitto vorrebbe colpire non solo l’ISIS – la cui presenza è più forte a Derna, nell’est, e a Sirte, più a ovest – ma anche la coalizione “Alba della Libia”, che controlla il governo di Tripoli. 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 febbraio 2015
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