“La difficile vita di chi deve convivere coi cacciatori”

Paola Re risponde all'articolo di Varesenews "la difficile vita del cacciatore di Cinghiali"

cacciatori

Gentile giornalista Stefania Radman,
ho letto il suo articolo  intitolato “La difficile vita del cacciatore di Cinghiali” e, se non altro per una questione di parità di diritti, mi sento di comunicarle “la difficile vita di chi deve convivere coi cacciatori”, non solo di cinghiali ma di qualsiasi specie animale essi perseguitata dalla loro sete sanguinaria.

Lei scrive: “Fare il cacciatore, di questi tempi, non è affatto facile: è non tanto una questione di avversione da parte degli ambientalisti, o difficoltà a mantenere una costosa passione. La verità è che negli ultimi anni il cacciatore, da appassionato sportivo di uno sport “crudele”, è diventato un difensore dell’equilibrio biologico e, diciamola tutta, anche un volontario suo malgrado al fianco delle istituzioni, in mancanza di forze pubbliche.” Lei definisce “equilibrio biologico” una situazione in cui si massacra la natura animale armati fino ai denti e si inquina la natura vegetale seminando piombo ovunque. E non dimentichiamo la strage di vittime umane. Quest’anno i numeri sono da record. La caccia è iniziata da pochi giorni e il numero delle persone morte e ferite è incredibile http://www.vittimedellacaccia.org/

Lei scrive: “Quest’anno i cinghiali che i cacciatori varesini sono tenuti ad abbattere sono circa 1500, su 3000 che ragionevolmente sono in circolazione. Se non lo faranno, o non lo faranno a sufficienza, la popolazione di questo animale rischia di triplicare (le femmine possono partorire fino a due volte l’anno, anche 5 cuccioli).” Si è mai chiesta perché i cinghiali siano così numerosi? Se l’uomo ha sempre cacciato, perché dopo decenni di caccia di selezione, caccia in deroga, piani selettivi, di controllo, di abbattimento, di sterminio… i cinghiali sono ancora “troppi”? Gli animali selvatici hanno meccanismi di autoregolazione secondo la legge della “capacità portante” legata a spazio e cibo disponibile; gli interventi umani, come quelli legati alla caccia, sono causa di squilibri. Uccidere animali non risolve il problema, anzi, lo aggrava perché gli individui che rimangono diventano più prolifici, o hanno maggior probabilità di raggiungere l’età adulta, cosicché in breve tempo si raggiunge lo stesso numero iniziale. Ciò su cui bisogna puntare è il divieto ad allevamenti, ripopolamenti, foraggiamenti.

Il cinghiale viene allevato in allevamenti intensivi, semi-intensivi ed estensivi principalmente per ripopolamenti venatori e per scopi alimentari.  Il foraggiamento rompe l’equilibrio biologico rendendo i cinghiali meno soggetti alla selezione naturale operata dall’ambiente.

I cacciatori chiedono i ripopolamenti e le istituzioni li accontentano: in questo modo i cinghiali si diffondono. Esiste in Parlamento un disegno di legge presentato nel 2009 dai senatori Donatella Poretti e Marco Perduca: “All’art. 21 della legge 11 febbraio 1992, n. 157, è aggiunto il seguente comma: 4. E’ sempre vietato a chiunque immettere in libertà sul territorio nazionale, sia a fini di ripopolamento sia ad ogni altro fine, esemplari di cinghiale di qualunque sottospecie o razza. Per la violazione del divieto di cui al presente comma, si applica la sanzione amministrativa da euro 500 ad euro 1500 per ciascun esemplare”.

Lei scrive: “Cacciare un cinghiale non è, comprensibilmente, come cacciare una lepre o un fagiano: è un animale più grosso, più pericoloso e meno trasportabile se catturato. Inoltre, una volta preso, non può essere portato a casa senza censirlo: deve essere portato in uno dei due macelli dedicati, a Luino o Besano, che provvederà innanzitutto a fare i controlli sanitari per il capo, che potrebbe essere portatore di parassiti che possono passare attraverso gli insaccati. Senza contare che il cinghiale, che si muove soprattutto di notte, può essere cacciato solo nelle ore in cui è consentita la caccia: cioè di giorno. Un ulteriore handicap che rende ancora più complesso arrivare a una “conclusione efficiente”.” Secondo lei e i cacciatori, la “conclusione efficiente” è quella di uccidere l’animale ma sarebbe meglio informarsi sulla “prevenzione efficiente”, quella che non permette di arrivare a un numero di cinghiali tale da fare prendere crudeli misure di emergenza.

Il Prof. Carlo Consiglio, Presidente onorario della L.A.C. (Lega Abolizione Caccia) nazionale, già professore ordinario di Zoologia nell’Università di Roma, ha condotto uno studio sui cinghiali, mostrando che il loro abbattimento causa un aumento dei danni, anziché diminuirli, e non comporta la loro diminuzione nel medio periodo. Occorre abbattere i Cinghiali per limitarne i danni?

Lei ci informa anche delle tasse che gravano sui cacciatori: “163 euro di tassa governativa. 64 di regionale… l’assicurazione obbligatoria da 80 euro, 100-150 euro di associazione all’Ambito, 100 euro di quota per poter abbattere le specie specifiche… per non parlare dei costi dei corsi per la licenza, o per l’attrezzatura.” Faccia anche i conti delle multe che l’Italia deve pagare all’Unione Europea per le violazioni in ambito venatorio: bisognerebbe farle pagare ai cacciatori, centuplicando le tasse che sono tenuti a pagare.

Il piagnisteo del Presidente di Federcaccia Varese Dario Carcano: “Purtroppo, non c’è più lo stesso interesse per la caccia che c’era un tempo: solo il 9% dei tesserati ha meno di 40 anni. Mentre la caccia ha preso un valore, anche ecologico, che non aveva prima. Diventare cacciatore prevede l’acquisizione di un’etica della caccia e una conoscenza profonda della natura in cui si caccia”. Etica della caccia è una gran bella trovata: un’etica che spinge a uccidere è grottesca ma è la sola a cui i cacciatori sono ispirati. Una boccata d’aria ci arriva dai giovani che non ne vogliono proprio sapere di questo gioco al massacro.

Dalle ricerche EURISPES, relativamente al 2014 emerge che “…per quanto riguarda la caccia il numero di contrari raggiunge livelli elevati (74,3%)”. Nonostante ciò, purtroppo la caccia è legale, sostenuta soprattutto dalla lobby dei produttori di armi e viene beffardamente decorata di certi aggettivi come sostenibile, ecologica, consapevole. Il linguaggio verbale e visivo che essa usa per autopromuoversi è mistificatorio: le associazioni venatorie si presentano come amiche della natura, animale e vegetale, e usano nei loro nomi termini come tutela, protezione, salvaguardia e via ingannando. Si va a caccia per amore della natura e degli animali ma questo amore tinge il paesaggio di sangue. Se si vuole una soluzione realistica al problema dei cinghiali, la caccia non la è perché è solo un palliativo che serve a soddisfare una inaccettabile voglia di uccidere.

Nel libro “Divieto di caccia” di Carlo Consiglio, è esposta una tesi molto interessante che assimila la caccia a una malattia mentale (pagg.67-68, Edizioni Sonda, 2012). E’ in un paragrafo che riporta le opinioni degli psicanalisti Emilio Servadio e Karl Menninger, della psicologa Carla Corradi, e dell’antropologo Sherwood L. Washburn. Io non ho le loro competenze quindi mi limito a constatare che la caccia è uno sport, regolarmente finanziato dal CONI, ed è anche un mezzo a disposizione delle istituzioni per attuare i “piani di sterminio” (si chiamano proprio così questi atti amministrativi) di ungulati, volpi, nutrie, volatili… Tuttavia, chi si avventura a leggere i siti web e le riviste dei cacciatori, trova affermazioni, fotografie, atteggiamenti a dir poco inquietanti, come è inquietante il suo articolo.

Cordiali saluti.
Paola Re

Stefania Radman
stefania.radman@varesenews.it

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Pubblicato il 29 Settembre 2015
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