Sigarette e filosofia, la vita tranquilla di Stefano Binda

È conosciuto da tutti in paese l’accusato dell’omicidio di Lidia Macchi. Un’esistenza passata fra le mura di casa e i locali del paese

Una vita lontana dal clamore, un taglio di barba particolare tenuto fino a poco fa e per il quale in paese tutti lo riconoscevano e un braccio, il destro, che muove piano dopo un recente problema di salute: questo è Stefano Binda, accusato dell’omicidio di Lidia Macchi.

Poi la passione per lo studio e la cultura, ma anche l’interesse per la vita di un paese che si è svegliato stamattina con un vento gelido e una notizia altrettanto fredda sbattuta in faccia ai 3 mila e rotti abitanti di Brebbia.

La presunzione d’innocenza, per tutte le persone che conoscono Stefano, sembra valere doppio. Lo dicono i vicini di casa, lo dice il sindaco, lo dicono le persone che quasi ogni giorno lo incontravano al bar.

Lo incontravano, perché questa mattina che ancora non era l’alba gli agenti della squadra mobile di Varese lo hanno portato via.

La strada dove vive la famiglia Binda è senza uscita e viaggia perpendicolare alla provinciale che porta ad Angera, dove le auto sfrecciano veloce e il cartello “Via Luigi Cadorna” è quasi invisibile per via del tempo.

La casa al civico 25 è una villetta disposta su due livelli con pochissimo giardino, due garages con parcheggiato fuori un motorino: due pini, una scala esterna e due campanelli. Dal piano superiore esce Mariuccia, la mamma dell’arrestato, una donna coi capelli chiari di 73 anni che in maniera gentile ma decisa non vuole commentare: «Guardi non dico nulla, non mi interessa», e si chiude dietro la porta.

Al piano inferiore vive la sorella che lavora a Besozzo come assicuratrice, e il nipote. Chi è Stefano Binda ce lo dicono vicini e amici di famiglia nelle case di corte, un tempo cascine, ora abitazioni, e piccole case nuove che fanno il rione Brughera.

Binda si è laureato in filosofia alla Statale di Milano, poi ha continuato a studiare, sempre filosofia, la sua grande passione. Ha perso il padre da giovane: era il 1987 e da allora ha condiviso l’abitazione con la madre. Oggi, a 48 anni, non risulta impiegato, ama studiare molto, leggere e spesso girava per i bar del paese come il Manzoni, dove comprava le sigarette. O “da Amedeo”, dove il gestore, Amedeo Petullo cade dalle nuvole: «Stefano? Ma si che lo conosco: veniva qui a leggersi il giornale, un tipo alla mano, anche brioso, che amava parlare. Educato: mi dava perfino del lei. Qualche anno fa era stato parecchio male per via del braccio: sembra un’infezione o roba del genere, ha rischiato grosso. Non più tardi di quest’estate ricordo che aveva dato una mano nella festa del paese. Una persona a posto».

Fervente credente, andava a messa da sempre, da quando, giovane, frequentava un gruppo molto numeroso di cittadini brebbiesi vicini a Cl, come conferma anche il sindaco Domenico Gioia.

I rapporti coi vicini di casa di Stefano Binda erano buoni, ma distaccati: buongiorno e buonasera, nulla di più. Anche per chi porta il suo stesso cognome e che ha condiviso gran parte della giovinezza con lui, nulla faceva presagire ad alcunché collegato con l’omicidio di Lidia: «Certo che me lo ricordo, come potrei dimenticare – dice una vicina a cui abbiamo promesso l’anonimato – . Ma ricordo anche bene che con lui non abbiamo mai parlato di tutto questo. Lo conosco bene Stefano, ci sono cresciuta assieme, ma non mi sarei mai aspettata una cosa del genere».

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 15 gennaio 2016
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