Clemente, l’alpino che a 90 anni battezza la “sua” piazza

L’incrocio tra le vie Roma e Manzoni diventa un giallo di toponomastica che prende il nome di “Piazza Sicilia”. Noi l’abbiamo risolto, scoprendo un personaggio del paese dalla vita avventurosa

piazza sicilia cunardo

Gli appassionati di enigmistica conoscono bene un gioco che si chiama “trova l’intruso”: lo si può applicare anche nella vita di tutti i giorni passeggiando per la strada e accorgersi di qualcosa di troppo, come il nome di una piazza che non esiste.

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A Cunardo, nel pieno centro formato dal dedalo di strade appena percorribili in auto, c’è uno slargo che nasce dall’incrocio fra le vie Roma e Manzoni, tuttavia nella mappa del paese non risulta alcuna piazza. Eppure il cartello della piazza, a ben guardare, c’è.
“Piazza Sicilia” recita la targa – plastificata, bianca e con la scritta blu – , messa “a bandiera” sul terrazzo di una casa dalla facciata gialla.
Trovato l’intruso, bisogna cercare anche la mente di tutto questo. E, soprattutto, dedicarsi a scoprire il perché.

piazza sicilia cunardo

GOLIARDIA CLASSE 1925 – Il citofono per arrivare al proprietario del terrazzo che dà il nome alla piazza suona a squarciagola sotto una finestra: «Clemente! Clemeeeente!?».
«Vada, entri, ha sentito», dice l’anziana incontrata per strada verso l’ora di pranzo.
Per sicurezza meglio suonare un campanello con scritto “Clemente Adreani”.
La porta si apre, e lui è lì, in cima ad una scala, che aspetta.
«Sono un giornalista». «Se ne vada che sto mangiando», dice. 
«La disturbo per il cartello Piazza Sicilia». «Allora venga su, che le racconto, si accomodi».

E da qui comincia la storia di Clemente, che a 90 anni ha ribattezzato la “sua” piazza. Tutto ebbe inizio, spiega Clemente, col cambio di gestione della pizzeria sotto casa sua avvenuto un anno e mezzo fa.

«Trasformarono il locale, ma anche la piazza che si animò parecchio: tant’è che spesso si trovava una comunità di siciliani a mangiare. Massì facevano un po’ di casino ma io sono uno che ama scherzare. Allora un giorno ho messo fuori il cartello: “Piazza Sicilia”.
E da allora è rimasto lì. Nulla di polemico, ci mancherebbe. Quelli della pizzeria l’han presa bene, tant’è che hanno realizzato un cartello nuovo, plastificato, proprio quello che ha visto lei passando a piedi». Ora il locale è chiuso, ma il cartello “Piazza Sicilia” è rimasto.

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VOGLIO UNA VITA, SPERICOLATA – Clemente racconta la storia della sua piazza che a dire il vero è anche ritratta in quadro in salotto – dice – realizzato da un certo Valori, nel 1932.
«Per noi di Cunardo questa è sempre stata piazza Garibaldi, o “la piazzetta” – racconta – . Poi verso la fine degli anni ‘30 venne ribattezzata Piazza Italo Balbo: se guarda bene sulla facciata c’è ancora scritto».
Ora la piazzetta c’è ancora, ma non ha più un nome, almeno ufficiale.

Ma è impossibile, nella casa di Clemente, non notare alcuni particolari come zanne di elefante, un piccolo coccodrillo imbalsamato, statue di ebano. Un piccolo museo originale che Clemente custodisce come un tesoro. E sopra il frigorifero campeggia un cappello d’alpino con un fregio: “Divisione Monterosa”.
E allora Clemente racconta: «Nacqui in Lorena, a Nancy, dove mio padre Germano andò a lavorare dopo la Prima Guerra Mondiale come capomastro. Arrivai in Italia il giorno di Natale del 1925: i miei erano originari proprio di Cunardo, da generazioni. Poi scoppiò la guerra e dopo l’8 settembre cominciarono i rastrellamenti. I repubblichini cercavano tutti ragazzi in età di leva. Qui a Cunardo i fascisti ci presero in 7: o ti arruoli nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, oppure finisci in campo di concentramento. Cosa vuole, avevo 17 anni, avevo paura. E sono finito nella divisione alpina Monterosa. Ci portarono comunque in Germania, ma in divisa, per l’addestramento. Poi tornammo in Italia e per fortuna non partecipai ai combattimenti: il 25 aprile del 1945 mi trovavo Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo. Portavo le mostrine del battaglione Aosta, ero nella settima compagnia».
Ma, come per il papà, Clemente (Clemént, dice la sua carta d’identità francese, che porta assieme a quella della Repubblica Italiana) cerca fortuna in Francia. «Rimasi in Italia fino al 6 ottobre del 1946. Poi via, ancora in Francia a lavorare come edile, in tutto il Paese, ma anche in giro per il mondo. Ho lavorato in Nuova Caledonia, Egitto, Ciad, Camerun, Gabon. Ed è lì che mi sono appassionato alla caccia grossa».
Poi il matrimonio, da cui ha avuto tre figli. Ora è vedovo: «Promisi a mia miglia di tornare a Cunardo, e ora eccomi qua».

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A ZAMPA D’ELEFANTE – Nella sua casa ci sono ricordi che arrivano da ogni parte del mondo. Le medaglie al merito del lavoro assegnate al padre dalla République, gli attestati alle pareti, alcuni dell’Impero Austro Ungarico firmati dall’imperatore Francesco Giuseppe.
E poi un altro oggetto da rimanere a bocca aperta, un porta-vasi. «L’ha visto bene? Si avvicini».
Alla fine del tinello c’è una zampa di elefante imbalsamata e scavata: «Quella lì, la conoscono tutti i bambini di Cunardo: in tanti hanno la foto che li ritrae mentre stanno dentro la zampa dell’elefante».
Altri tempi, altre sensibilità.
E adesso, Clemente, che fa qui a Cunardo? «Mi diverto con gli amici. Fatico un po’ a camminare, sa, l’età. Mi muovo con uno scooter elettrico: nei locali del paese mi conoscono tutti. Provi un po’ a chiedere in giro del Clemente. Vedrà cosa le dicono».

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 03 Marzo 2016
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