“Il Ticino è terra di integrazione”

Qual è il significato del voto ticinese sui frontalieri? Esiste un sentimento anti italiano? Lo abbiamo chiesto al Presidente del Consiglio di stato ticinese, Paolo Beltraminelli

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Nel 2014 il successo, con un’ampia maggioranza in Canton Ticino, dell’iniziativa federale della destra “contro l’immigrazione di massa” . A distanza di soli due anni, i ticinesi sono tornati al voto (cantonale) su questo tema e hanno dato il via libera alla proposta di sancire in una norma il principio di precedenza dei residenti nei confronti degli stranieri nelle assunzioni. Sembrano segnali inequivocabili quelli che emergono dalle urne ticinesi. O almeno il segnale forte che qualcosa “si è rotto”. All’indomani dell’ultimo voto in Ticino si è parlato di chiusura, sentimento anti italiano e perfino di razzismo ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto al presidente del Consiglio di Stato, Paolo Beltraminelli, da poco rientrato da Bruxelles e che presto incontrerà il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, per affrontare tra gli altri temi, anche quello delle conseguenze di “Prima i nostri“.

beltraminelli-sfL’esito del voto sull’iniziativa “prima i nostri” è stato interpretato dai media e dalla politica italiane come un segno di chiusura verso i frontalieri. È corretto? Qual è secondo voi il reale significato di questa votazione per i cittadini ticinesi?
«In Ticino lavorano oltre 62’000 lavoratori transfrontalieri italiani che costituiscono un‘importante risorsa per l’economia del Cantone, ma nel contempo decine di migliaia di lavoratori italiani hanno opportunità di lavoro, anche a beneficio delle loro famiglie. L’iniziativa approvata chiede sostanzialmente di dare preferenza per un posto di lavoro ai lavoratori locali qualificati prima di far ricorso a mano d’opera estera. Mi preme sottolineare che, anche con questa misura, il Ticino resterebbe comunque una delle economie più aperte in assoluto a livello europeo. Mi sembra quindi inappropriato, dati alla mano, parlare di chiusura. Quello che è certo è che i Ticinesi hanno espresso un chiaro segnale di malessere nei confronti di fenomeni recenti quali il dumping salariale e l’effetto di sostituzione di mano d’opera locale».

Oltre all’iniziativa Udc il popolo ha approvato anche il controprogetto sul dumping. Che cosa rappresenta questa problematica per la vostra economia?
«La pressione sul mercato del lavoro si traduce naturalmente anche in una pressione sui salari, che in Ticino sono già storicamente più bassi rispetto al resto della Svizzera. Ciò può comportare derive quali l’offerta di un posto di lavoro qualificato remunerato a 1’000 euro mensili. Grazie all’approvazione del controprogetto sul dumping saremo in grado di valorizzare il ruolo del partenariato sociale – un sistema che permette la collaborazione tra sindacati e datori di lavoro –, e rafforzare i controlli in funzione delle necessità. Il Governo che presiedo è convinto che questa decisione del popolo ticinese permetterà di lottare più efficacemente contro gli abusi sul mercato del lavoro, a vantaggio di tutte le imprese – comprese quelle estere – che operano quotidianamente nel pieno rispetto delle regole».

Politica ed economia del Ticino sostengono che il sistema economico cantonale non si reggerebbe senza il contributo dei lavoratori frontalieri, eppure alcune campagne e iniziative elettorali sembrano andare in una direzione opposta. Come si spiegano queste prese di posizione?
«Il Ticino è una terra di integrazione: la nostra storia e le nostre esigenze ci hanno sempre portati a confrontarci con un’alta percentuale di lavoratori stranieri, ma con un equilibrio e uno spirito che hanno permesso una certa prosperità, senza particolari tensioni sociali, anche grazie ad un sistema scolastico che favorisce tale processo di integrazione. Il mondo economico – e anche quello politico – sono davvero convinti dell’importanza dei lavoratori frontalieri per l’economia cantonale; quel che ci preoccupa, però, è che il numero di queste persone è raddoppiato negli ultimi dieci anni, e che nel nostro Cantone oggi i lavoratori frontalieri si stiano avvicinando al 30% del totale. Questo fenomeno ha fatto vacillare l’equilibrio, creando una crescente apprensione fra i cittadini, che sono confrontati con un’accresciuta concorrenza e spesso anche con una forte pressione sui loro salari».

A Bruxelles sostengono che questa iniziativa complicherà i negoziati tra Svizzera e Unione Europea, a livello transfrontaliero potrebbero esserci ripercussioni?
«Proprio settimana scorsa mi sono recato a Bruxelles e ho avuto modo di dialogare direttamente con parlamentari e alti funzionari dell’UE per spiegare le specificità di un Cantone di frontiera come il nostro, trovando degli interlocutori attenti. Bruxelles sembra spesso lontana dalle realtà locali e la sua posizione dogmatica sul tema della libera circolazione delle persone non aiuta. Il Governo e il Parlamento ticinesi avevano proposto una versione più soft rispetto all’iniziativa «Prima i nostri», ma i cittadini ticinesi hanno approvato l’iniziativa, e come politico e Presidente del Consiglio di Stato rispetterò la loro volontà. Non voglio credere che l’espressione democratica delle preoccupazioni dei cittadini di una regione possa essere interpretato come un ostacolo dall’UE nell’ambito dei negoziati con la Svizzera. Sarebbe un pessimo segnale per la democrazia e l’Europa stessa».

Il governatore Maroni ha annunciato che la incontrerà, qual è lo spirito di questo incontro? Ci sono questioni significative da chiarire?
«Prossimamente incontrerò il Presidente Maroni per spiegare l’iter che seguirà quanto approvato domenica 25 settembre in Ticino, che rimane oggi uno dei maggiori datori di lavoro per la Lombardia. Quindi ci sono molti temi sui quali lavorare insieme. Proprio per questo abbiamo sottoscritto una convenzione che rafforza la collaborazione fra Ticino e Lombardia e che dovrebbe permetterci di collaborare in maniera migliore nel prossimo futuro».

Maria Carla Cebrelli
mariacarla.cebrelli@varesenews.it

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Pubblicato il 04 Ottobre 2016
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  1. Scritto da Felice

    Il bi-pensiero di Orwellian memoria.

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