I quaranta giorni di libertà dell’Ossola

Il 10 settembre 1944 i partigiani liberarono Domodossola. Si sperimentò il ritorno alla vita democratica, con una giunta di diversi "colori" politici, giornali, dibattiti pubblici

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Il 10 settembre 1944, esattamente 75 anni fa, nasceva la “Repubblica dell’Ossola”, l’esempio più avanzato di territorio liberato autonomamente dagli italiani e governato democraticamente dopo vent’anni di regime fascista. Durò solo quaranta giorni ma fu importante perché – tra l’altro – dimostrò agli Alleati, ad americani e inglesi, che gli italiani potevano tornare alla democrazia, nonostante le profonde differenze politiche che seguivano il ventennio di dittatura.

A giugno del 1944 le formazioni partigiane, già numerose in uomini ma scarse in armi e talvolta in esperienza, avevano subìto pesanti sconfitte in occasione dei rastrellamenti condotti da fascisti e tedeschi. Nell’estate però si erano rapidamente riorganizzate e avevano mostrato in alcuni casi già grandi capacità di coordinamento (come nel caso del “colpo di Cavaria”). Tra fine di agosto e inizio settembre le brigate – numerose e ora ben addestrate – fecero cadere uno dopo l’altro i vari distaccamenti nazifascisti presenti nelle varie valli laterali dell’Ossola, coma la Val Divedro, la valle Anzasca, Antrona, la Val Vigezzo, la val Antigorio-Formazza.

Non era una azione coordinata, anche perché tra le formazioni partigiane c’erano profonde differenze e diffidenze.
C’erano le Brigate Garibaldi tendenzialmente di sinistra, guidate dai comunisti; la divisione Valtoce, formazione “militare”, ma fatto di tendenza moderata, monarchica e democristiana; la divisione Valdossola, unitaria, ma con comando di tendenza socialista; la divisione Piave autonoma, senza chiara connotazione politiche. Nelle loro file combattevano anche moltissimi uomini che venivano da Milano, Legnano, Busto Arsizio, Gallarate e altre località tra Milanese e Varesotto.

Incalzati dai partigiani, fascisti e tedeschi si erano concentrati a Domodossola ma erano di fatto circondati. Al 9 settembre ci fu un incontro appena fuori città e i comandanti della Valtoce e della Valdossola, Alfredo Dio Dio e Dionigi Superti, ottennero che i nazifascisti sgomberassero la città, portando con sé poche armi individuali. Fu una decisione utilitaristica (poi molto contestata dai comunisti di Cino Moscatelli) ma che consentì di liberare l’intera val d’Ossola, dal confine svizzero fino al Lago Maggiore. 


(L’ingresso in città della Valtoce e della Valdossola, come ricostruito nello sceneggiato che la Rai produsse nel 1974, per il trentesimo anniversario)

Tra estate e autunno furono numerose le zone liberate nel Nord Italia, tra cui la Carnia in Friuli, Alba e le Langhe, Montefiorino in Emilia. Il caso della Repubblica dell’Ossola – che allora si chiamava solo “Zona Libera” – fu però il più eclatante per motivi diversi.

In primo luogo perché era al confine con la Svizzera e quindi aveva rapporti “internazionali”, una via d’uscita per i profughi, la possibilità di commerciare. A Lugano c’erano i delegati dei servizi segreti di Stati Uniti e Regno Unito, che ipotizzarono anche di far sbarcare paracadutisti nella zona.

Soprattutto la Repubblica dell’Ossola fu l’unica zona liberata che fu amministrata non dai comandanti partigiani, ma da un governo civile e (con i limiti del contesto) democratica: la Giunta Provvisoria di Governo comprendeva esponenti socialisti, comunisti, liberali e del clero. Era guidata da Ettore Tibaldi, primario dell’ospedale di Domodossola, un socialista di Pavia che era stato “confinato” dal fascismo in Ossola a causa delle sue idee. Nelle file della giunta e tra i collaboratori ci furono persone che, nel Dopoguerra, ebbero importantissimi incarichi: il comunista Umberto Terracini ad esempio fu poi presidente dell’Assemblea Costituente e mise la sua firma sulla Costituzione ancora oggi in vigore. Lo stesso Tibaldi fu senatore del Psi, Ezio Vigorelli fu poi deputato e ministro. Nella giunta c’era anche la prima donna mai chiamata a un incarico di governo: si trattava della comunista Gisella Floreanini.

La giunta iniziò una vera opera di de-fascistizzazione, introdusse sindacati liberi e libera stampa: nei “quaranta giorni di libertà” furono stampate ben sette testate diverse, alcune puramente informative (il Bollettino della Giunta), altre espressione delle brigate partigiane (dei garibaldini, della Valtoce, ecc), altre dei partiti (L’Avanti).

Dopo vent’anni, all’improvviso si riscopriva la democrazia, che appariva come una sfida affascinante: «Avremo aria libera in casa nostra; potremo leggere i giornali; si discuterà di politica in piazza e nei teatri, al caffè, dovunque! Sentiremo cosa dice l’uno e cosa dice l’altro; cercheremo di farci una ragione nostra, personale, intima e profonda dei vari problemi sociali, economici, morali che la guerra e la crisi hanno prospettati al mondo, e delle idee che ciascun partito pone al centro delle soluzioni» si leggeva ad esempio  sul Crivello, il primo dei giornali pubblicati a Domo. Ci furono conferenze pubbliche partecipatissime e numerosi comizi.

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Comizio in piazza del Mercato a Domodossola, durante i “quaranta giorni”

Il socialista Mario Bonfantini, che fu poi professore universitario, trovò affollata la sala delle conferenze anche al 12 ottobre, quando i fascisti erano già alle porte. Il giorno prima era incominciato l’attacco, condotto da migliaia di repubblichini con l’appoggio di reparti tedeschi: la difesa dell’Ossola durò undici giorni, poi le formazioni partigiane tornarono alla guerriglia (ritirandosi nelle alte valli) o espatriarono in Svizzera. Al 19 ottobre ci fu l’ultimo contrattacco dei patrioti alle Casse del Toce, con venti fascisti fatti prigionieri.

Furono 18mila gli ossolani che si rifugiarono nella Confederazione Elvetica perché temevano la rappresaglia fascista o perché avevano condiviso fino in fondo l’esperienza della Zona Libera.

I più espatriarono in treno e trovarono accoglienza molto umana dagli svizzeri, in Canton Ticino e nel Vallese. Più ostile, soprattutto verso i garibaldini, fu l’atteggiamento verso i partigiani espatriati. Il grosso della colonna si ritirò dal Passo San Giacomo, in val Formazza. Tra loro i membri della Giunta di Governo, con tutti i documenti e la contabilità dei quaranta giorni di amministrazione.

C’era soprattutto un numero di grande valore, che non stava nella contabilità economica. Passati i combattimenti, il socialista Ezio Vigorelli – nominato procuratore e consulente giuridico – s’impegnò per garantire processi equi ed evitare sentenze capitali, in questo scontrandosi anche con i comandanti delle formazioni partigiane che avrebbero voluto maggiore fermezza.
Vigorelli aveva perso due figli, partigiani morti nel rastrellamento nazifascista avvenuto solo due mesi prima: nei quaranta giorni dell’Ossola non fu emessa nessuna condanna a morte.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 10 settembre 2019
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