Gioeubia, tutto quello che c’è da sapere sulla tradizione

In tanti partecipano ogni anno al falò della Gioeübia, che si ripete da tradizione l’ultimo giovedì di gennaio, ma quanti conoscono la leggenda legata al personaggio della strega?

La Giobia di Marnate spacca i vetri del Comune (inserita in galleria)

E’ una tradizione antica, che i bambini di Busto Arsizio e del territorio circostante, da Gallarate alla valle Olona, imparano a conoscere fin da piccoli: per chi abita in queste zone della nostra provincia, l’ultimo giovedì di gennaio ogni anno coincide con una sola cosa: il falò della Gioeübia.

Tutti sanno che si brucia un fantoccio, dalle sembianze di una vecchia, con un fuoco che può essere di buon auspicio per l’anno appena iniziato. Di solito nient’altro. Per addentrarci in questo amato rito, viene in nostro aiuto la Pro loco di Marnate che, da anni, cerca di far appassionare le nuove generazioni a questa tradizione.

«Come ogni anno coinvolgiamo le scuole: a tutti i bambini facciamo avere un volantino che racconta la storia della Gioeübia – spiega Davide Pedrotti, presidente dell’associazione – poi, la sera del falò, i piccoli potranno portare un un legnetto, con il proprio desiderio, che verrà fatto bruciare nel fuoco». Ma cosa si racconta su questa serata?

Le origini del nome Gioeübia
“L’ultimo giovedì di gennaio è il giorno, anzi la notte della Gioeübia. Incerta è l’origine del nome per la mancanza di fonti scritte. Alcuni sostengono che esso derivi dal culto della divinità di Giunone (da cui il nome Jovian). Altri ancora lo ricollegano a Giove, giovedì: il nome deriverebbe dal dio latino ‘Jupiter-Jovis’, da cui l’aggettivo Giovia e quindi Giöbia (o Gioeübia, a seconda della forma dialettale usata in ogni singolo paese) per indicare le feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura che, secondo la credenza popolare, condizionano l’andamento dei raccolti. Il periodo della festa coincide con le Ferie Sementine”.

La leggenda
“La Gioeübia è una strega, spesso magra, con le gambe molto lunghe e le calze rosse. Vive nei boschi e grazie alle sue lunghe gambe, non mette mai piede a terra, ma si sposta di albero in albero: così osserva tutti quelli che entrano nel bosco e li fa spaventare, soprattutto i bambini.
L’ultimo giovedì di gennaio va alla ricerca di qualche bambino da mangiare. Ma un giorno una mamma, che voleva molto bene al suo bambino, le tese una trappola: preparò una gran pentola piena di risotto giallo allo zafferano, con la luganiga (salsiccia), e lo mise sulla finestra. Il profumo era delizioso, da far venire l’acquolina in bocca. La Gioeübia sentì il buon odore, corse verso la pentola e cominciò a mangiare il risotto. Il risotto era tanto, ma così tanto buono che la Gioeübia non si accorse che stava per arrivare il sole, che uccide le streghe. Il bambino fu così salvo e la strega sconfitta”.

La tradizione
“La sera dell’ultimo giovedì di gennaio vengono costruite con stracci e paglia delle Gioeübie con sembianze femminili. Nella tradizione, i fantocci indossano mutandoni di pizzo, delle calze rosse, un grembiule ed hanno il capo coperto da un fazzoletto. Le Gioeübie venivano portate in grandi cortili o sulle piazze per essere bruciate: una volta che il fantoccio era arso dalle fiamme, il rogo continuava ad accompagnare la festa popolare, alimentato da fascine di rubinia e fusti secchi di granoturco, cioè di ‘maragasc’.
La Gioeübia era un’occasione per cenare in comunità o in famiglia ‘cunt’ ul luganaghen’, il salamino cotto nella brace e nella cenere del camino”.

La tradizione marnatese

“Nel comune di Marnate l’ultimo giovedì di gennaio era tradizione fare ‘ul scenèn di donn’: le donne si riunivano tra amiche per fare ‘ul scenèn’, cena a base di risotto e luganiga.
La Gioeübia trova assonanza con un’altra tipica tradizione marnatese che si svolgeva la sera del sabato grasso: durante quella serata veniva bruciato il ‘Carnevale’, un fantoccio fatto con vecchi vestiti. Il falò era un momento di aggregazione e di felicità per tutti i bambini che in coro cantavano ‘Al va Al va Al va ul Carneval’.”

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Pubblicato il 21 gennaio 2020
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