Kobe, una leggenda da tenere stretta

La rubrica di Daniele Cassioli - «Quando un uomo del suo spessore scompare, non possiamo che aggrapparci a quello che ci ha regalato. Buon viaggio "Mamba", buon viaggio Gigi»

daniele cassioli

(d. f.) La morte di Kobe Bryant ha colpito nel profondo tutti coloro che hanno a cuore lo sport, non solo il basket, ma anche tanta gente che conosceva appena le gesta del grande campione dei Lakers e che ha scoperto solo per questa tragedia l’impatto che ha avuto su moltissimi mondi. Daniele, che viene proprio dallo sport, ha scelto la “lettera al basket” scritta da Kobe al momento del ritiro per chiudere la puntata odierna di “Come siete strani…”, dedicata tutta al ricordo del “Mamba”. Una scelta, quella di Daniele, che dalla redazione di VN sposiamo in pieno.

Sono in aeroporto, stiamo aspettando di tornare a casa dopo la vittoria mia e dei miei compagni del Crema Calcio sul campo del Bari. Vibra il telefono diverse volte, messaggi di amici, notifiche dei siti sportivi e delle app social: «È morto Kobe Bryant».

Non è possibile, non ci credo. Di colpo tutti i miei pensieri sull’andamento della nostra partita, su come avevo giocato e su cosa avrei dovuto fare nei giorni a seguire per migliorare svaniscono, si interrompono di colpo per dare spazio al dolore e al senso di impotenza. Siamo tutti appesi a un filo e non importa quanto tu sia stato grande per la storia, ci sono appuntamenti a cui non puoi sottrarti, momenti in cui non conta niente chi sei e quanto ancora potresti dare a questo mondo.
Allora ecco che le notizie sulle cause dell’incidente si rincorrono.

Io per giunta ho papà che è un’enciclopedia in tema di aeronautica. Ha vissuto per 40 anni tra aerei ed elicotteri, collezionando più di 20.000 ore di volo, ed è proprio a lui che chiedo come sia potuto accadere: probabilmente si tratta con troppa superficialità il volo in elicottero, rispetto a quello sugli aerei.
Cerco di spiegarmi meglio: per pilotare un aereo bisogna conoscere il volo a vista e, soprattutto, quello strumentale, che consente di portare un velivolo senza nemmeno guardare fuori dal finestrino, ma attenendosi solamente ai dati che vengono forniti dai computer di bordo. Per pilotare un elicottero, in ambito civile, non è richiesta la conoscenza approfondita del volo strumentale ed ecco che la nebbia, maledetta nebbia che ci ha portato via il Mamba e altre 8 persone, risulta essere una variabile decisiva. Se fosse confermata la dinamica dell’incidente, il volo strumentale avrebbe potuto, forse, evitare questa tragedia.

Quando un uomo dello spessore di Kobe Bryant scompare, a noi che rimaniamo non resta che aggrapparci a quello che ci ha regalato, tenerci stretta stretta la sua leggenda, perché quella, caro Mamba, non ce la può portare via nessuno per fortuna!
Unico erede possibile, capace di riempire il vuoto che sembrava incolmabile quando Michael Jordan aveva smesso di giocare.
Ho conosciuto Kobe attraverso il racconto dei giocatori, mentre fasciavo le loro caviglie e grazie ai video delle sue giocate raccontate dalla voce di Flavio Tranquillo che usciva dai telefonini dei ragazzi, durante i nostri mille viaggi in pulmino, quando facevo il fisioterapista al Legnano Basket. Poi mi sono innamorato del suo italiano quasi perfetto che me lo faceva vivere come una persona più vicina, non come l’irraggiungibile star dell’NBA americana.
L’amore di chi ama la palla a spicchi per un talento del genere è quasi naturale, ma qui siamo di fronte a un fenomeno che va ben oltre la pallacanestro.

kobe (By Keith Allison - Flickr: Kobe Bryant, CC BY-SA 2.0)
Kobe Bryant – foto Wikipedia / By Keith Allison

Kobe ha messo d’accordo tutti per la sua umanità e per il suo spessore come individuo. «L’importante non è quanto segni, l’importante è uscire dal campo felice», diceva lui. Sembra quasi che ognuno di noi senta il bisogno di esprimere il proprio dolore per aver perso un riferimento assoluto e trasversale, a dimostrazione del fatto che la grandezza e la profondità del ricordo che ci lascia va ben al di là di quello che ci ha fatto vedere sul parquet.
L’abbiamo perso mentre andava ancora una volta verso il suo sport, perché Kobe Bryant e la sua piccola Gianna (soprannominata “Gigi”), 13 anni, si stavano recando a un allenamento della squadra della figlia.«Mi hanno chiesto più volte se, avendo quattro figlie femmine, desiderassi un figlio maschio che potesse portare avanti la mia eredità. Ma io ho la mia Gigi che lo farà».
Buon viaggio Kobe, buon viaggio Gigi.

LA LETTERA ALLA PALLACANESTRO

La lettera di Kobe Bryant alla pallacanestro è immortale e andrebbe appesa sulle porte dei centri sportivi di tutto il mondo:

«Cara pallacanestro, sin dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzettoni di mio papà e a immaginare tiri decisivi per la vittoria al Great Western Forum, mi è subito stata chiara una cosa: mi ero innamorato di te. Un amore così grande che ti ho dato tutto me stesso, dalla mia mente al mio corpo, al mio spirito e alla mia anima.
Nelle vesti di un bambino di 6 anni innamorato non ho mai visto la luce in fondo al tunnel. Mi vedevo soltanto correre al di fuori. E così ho corso. Ho corso su e giù per ogni campo, rincorrendo ogni pallone per te. Mi hai chiesto il massimo sforzo, io ti ho dato il mio cuore.
Ho giocato quando ero stanco e dolorante, non perché fossero state le sfide a chiamarmi, ma perché TU mi hai chiamato.
Ho fatto qualsiasi cosa per TE, perché questo è ciò che fanno le persone quando qualcuno le fa sentire vive come hai fatto tu con me.
Hai dato a un bimbo di 6 anni il sogno di essere un giocatore dei Lakers e ti amerò sempre per questo.
Ma non posso amarti in maniera ossessiva per molto tempo ancora. Questa stagione è tutto quel che mi rimane da darti. Il mio cuore può sopportare la battaglia, la mia mente può gestire la fatica, ma il mio corpo sa che è giunto il momento di salutarci.
Ma va bene così. Sono pronto a lasciarti andare.
Volevo che tu lo sapessi, cosicché potremo assaporare meglio ogni momento che ci rimarrà da gustare assieme. Le cose belle e quelle meno belle. Ci siamo dati l’un l’altra tutto quello che avevamo. Ed entrambi sappiamo che, qualsiasi cosa io farò, sarà sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1. Ti amerò sempre. Kobe».

Kobe ha messo d’accordo tutti per la sua umanità e per il suo spessore come individuo. «L’importante non è quanto segni, l’importante è uscire dal campo felice», diceva lui e sembra quasi che ognuno di noi senta il bisogno di esprimere il proprio dolore per aver perso un riferimento assoluto e trasversale, a dimostrazione del fatto che la grandezza e la profondità del ricordo che ci lascia va ben al di là di quello che ci ha fatto vedere sul parquet. L’abbiamo perso mentre andava ancora una volta verso il suo sport perché Kobe Bryant e la sua piccola Gianna (soprannominata “Gigi”), 13 anni, si stavano recando ad un allenamento della squadra della figlia.  «Mi hanno chiesto più volte se, avendo quattro figlie femmine, desiderassi un figlio maschio che potesse portare avanti la mia eredità. Ma io ho la mia Gigi che lo farà».

Il sito ufficiale – Daniele Cassioli
L’associazione – Real Eyes Sport
Come siete strani voi che ci vedete
 – La rubrica di Daniele Cassioli per VareseNews

di damiano.franzetti@varesenews.it
Pubblicato il 29 gennaio 2020
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