Primavera senza fiori: “Abbiamo già buttato primule e viole”

Il Coronavirus ha messo in ginocchio i florovivaisti. Giacomo Brusa, imprenditore e presidente di Confagricoltura: «Tutta la produzione è ferma, non si riesce nemmeno a caricare sui camion»

Generico 2018

Giacomo Brusa in questi giorni sta trapiantando gli ultimi cicli di gerani, begonie, impatiens e sulfinie. La primavera per un florovivaista è il momento della verità: il 75% delle vendite lo si realizza tra marzo e giugno e la stagione rappresenta il 45% del fatturato. «Abbiamo già buttato via primule e viole – dice Brusa -. Tutta la produzione è ferma, non si riesce nemmeno a caricare sui camion, ma noi andiamo avanti a trapiantare per maggio e giugno».

È un problema che stanno vivendo anche le aziende più strutturate che hanno colture programmate per la grande distribuzione organizzata e che stanno gettando via grandi quantitativi di piante, tra cui, in questo periodo, quelle di basilico.

L’allarme lanciato da Confagricoltura pochi giorni fa, relativo al blocco delle piante italiane alle frontiere, è ormai superato. I più penalizzati all’inizio sono stati i coltivatori liguri esportatori di piante aromatiche e margherite, da una parte, e quelli pugliesi e siciliani con gli agrumi, dall’altra. «Quel blocco era una mera azione di contrasto commerciale – spiega Brusa che è anche presidente provinciale di Confagricoltura -. Ora è la pandemia che è esplosa ovunque a bloccare le merci all’origine ed è una condizione che riguarda tutti».

Tutte le attività che producono e commerciano fiori, compresi i garden center, la parte della filiera più qualitativa con una quota di mercato del 40%, attualmente sono chiuse al pubblico. In provincia di Varese il settore è una nicchia di qualità: le aziende sono qualche centinaio e spesso affiancano all’attività di produzione anche quella di manutenzione.

L’Agricola, il garden center di Brusa, è ormai parte integrante del paesaggio che dalla città guarda verso il lago. Posizionata ai piedi dei Ronchi varesini con le statue giganti del popolo di Expo ad accogliere i clienti, si estende su un’area di seimila quadrati, mentre altri 5mila metri quadri, a qualche chilometro di distanza, sono dedicati alla produzione.  «La maggior parte di noi – sottolinea l’imprenditore – ha chiuso volontariamente quando ha ascoltato il primo appello del presidente della Regione Fontana. Io potevo tenere aperto perché ho prodotti per l’alimentazione animale, ma pur avendo la responsabilità di 50 famiglie e un mutuo sulle spalle, credo che prima di tutto venga la salute delle persone».

La categoria ha la sensazione di essere stata dimenticata dal decreto “Cura Italia” e c’è una forte pressione delle associazioni di rappresentanza per far passare la floricultura tra le attività che producono beni deperibili e indispensabili. «I florovivaisti oggi hanno forti problemi di liquidità e vedono poca chiarezza nella normativa – conclude Brusa -. La cosa sconfortante è che ho visto cifre a copertura di varie attività ma non per la nostra. Inoltre, superando i due milioni di euro di fatturato non abbiamo neppure avuto lo slittamento del versamento dell’iva. Vorrei ricordare che stiamo incassando l’1% di quanto avremmo incassato in tempi normali».

 

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 21 marzo 2020
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