Il caporale Carlo Noè, a cui è dedicata via Noè a Gallarate

Ottant'anni fa, il 20 giugno 1940, è stato il primo morto gallaratese nella Seconda Guerra Mondiale. A Gallarate lo ricordano due luoghi

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Il 20 di giugno 1940 venne ucciso in battaglia Carlo Noè. Giovane di Gallarate, a lui è dedicata via Carlo Noè, un tratto della strada di circonvallazione della città, curiosamente spesso citata – è un uso gallaratese – come “la Carlo Noè”.

Di professione magazziniere, Noè era un “ragazzo di oratorio”, pochi mesi prima dell’entrata in guerra dell’Italia venne chiamato alle armi nel 53° Reggimento Fanteria (molti gallaratesi, allora, finirono invece nel 37°).

Il 10 giugno 1940, con la Francia già alle corde di fronte alle armate tedesche, Mussolini dichiarò guerra ai “cugini” transalpini. Fu una guerra combattuta in gran parte sui passi alpini, con non poche difficoltà, che mostrarono subito le carenze dell’Italia alla prova di guerra a cui il regime fascista aveva preparato (più come spirito, che nei fatti) i giovani italiani.

Il 20 giugno il caporale Noè si trovava nella località “Bois de Suffin”, nei dintorni del Monginevro e fu ucciso durante una azione per cui ottenne la Medaglia d’Oro al Valor Militare. La motivazione racconta, con i consueti termini un po’ retorici, come si svolsero i fatti:

Vice comandante di una squadra fucilieri, visto cadere un porta arma per evitare che questa cadesse in mano nemica, di propria iniziativa si slanciava arditamente seguito da due fanti, attraverso una zona fortemente battuta da armi automatiche. Con l’impiego di bombe a mano teneva a bada il nemico e riusciva così a raggiungere il fucile mitragliatore. Mentre stava per metterlo in azione veniva colpito a morte da schegge di bombe a mano nemiche. Cadeva dopo aver incitato i propri compagni a proseguire nell’azione. Il suo eroico comportamento suscitava la meraviglia e l’ammirazione dello stesso nemico.

Nel clima patriottico di allora gli fu subito intitolata la via che ancora oggi porta il suo nome, mentre all’oratorio maschile di via Agnelli (oggi casa di riposo Bellora) venne posta, il 17 novembre 1940, una lastra di marmo con la sua fotografia e la motivazione della medaglia. La stessa è stata poi trasferita nel 1980 – per iniziativa dei suoi “amici dell’oratorio” e delle associazioni d’arma – all’interno del Centro della Gioventù di via don Minzoni, dove si trova ancora oggi.

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Cinque giorni dopo la morte di Noè e il giorno dopo quella di un altro gallaratese (Umberto Gavazzi), la Francia si arrese alla Germania e all’Italia, anche se un gruppo di militari riparò nel Regno Unito (e nelle colonie) e continuò la guerra guidato dal generale De Gaulle.

Pur tenendo conto che gli italiani dovevano avanzare e quindi erano più esposti, la battaglia sulle Alpi mostrò subito la tragica impreparazione dell’Italia: oltre seicento furono i morti italiani, i francesi solo venti (altri dodici marinai morirono ustionati, dopo che la loro nave da guerra era stata colpita da una batteria italiana di fronte a Savona, mentre bombardava il porto). Enorme fu anche la sproporzione di feriti, ma il numero più preoccupante fu il numero di congelati: oltre duemila, in una battaglia combattuta avendo preso l’iniziativa e in un periodo teoricamente favorevole, a giugno. Un dato spaventosamente profetico delle difficoltà materiali, a cui i soldati sopperirono con coraggio e abnegazione e talvolta con vero eroismo: un anno dopo il regime fascista invase anche l’Unione Sovietica e nella ritirata del 1942/43 le vittime furono decine di migliaia.

Dopo la vittoria nel giugno del 1940, l’Italia occupò una parte della Provenza fino all’8 settembre 1943. Al termine del conflitto la Francia ipotizzò di annettere una parte della costa ligure comprendente almeno Ventimiglia, se non Sanremo, ma l’Italia alla fine dovette cedere solo i Comuni di Tenda, Breglio e Briga Marittima (nella valle del Roja, oggi si chiamano Tende, Breil-sur-Roya e La Brigue), importanti per il controllo di alcune centrali elettriche e dei confini in quota sul Col di Tenda.

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Il monumento ai Caduti italiani di Briga Marittima-LaBrigue. È simbolo dell’assurdità della guerra in zone di confine, dove le popolazioni vivevano di interscambio continuo: su di esso oggi sventola la bandiera francese, ma i nomi sono di Caduti italiani. La targa aggiunta è dono degli emigranti di Briga che, espatriati e divenuti cittadini della Republique, hanno combattuto nell’esercito francese, dalla parte opposta

I cippi di confine tra Italia e Francia portano l’indicazione 1947: finiva dopo sette anni – al confine occidentale – l’insulsa, dannosa guerra mondiale.

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

Pubblicato il 19 Giugno 2020
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