Fazzoletti blu e rossi, tedeschi e americani: la Liberazione vista da Cavaria con Premezzo
I bombardamenti su Milano, il maresciallo tedesco con il cane, la rasatura delle collaborazioniste e l'arrivo dei partigiani, nel racconto di tre testimoni della zona
«In piazza c’era tanta gente, esultavano e piangevano dicendo “la guerra è finita”. I ragazzi avevano legato al collo fazzoletti rossi e blu e maneggiavano le armi». Giuseppina oggi ha 91 anni, al 25 aprile 1945 era una giovanissima operaia in una fabbrica a Jerago.
Oggi abita a Cavaria con Premezzo e la sua voce, insieme a quella di Ada e Sergio, è stata raccolta in un video curato dal Comune.
Un omaggio al 25 aprile, ma anche la raccolta di una memoria che non deve perdersi e che ancora può essere raccolta grazie ai testimoni dell’epoca.
Cavaria allora era un paese non di campagna, ma già industrializzato, in una zona molto presidiata dai tedeschi e dai fascisti e dove operavano anche i partigiani, quelli combattenti e anche quelli che tenevano i collegamenti con le brigate in montagna nell’Ossola, rifornendole di materiali. In paese erano quasi invisibili – sarebbero comparsi al 25 aprile – ma operavano nei boschi o di nascosto nell’abitato: una delle azioni più audaci della Resistenza in zona è passata alla storia come “colpo di Cavaria”, quando operai e partigiani portarono via mitragliatrici pesanti dalla fabbrica Isotta-Fraschini.
Assalto silenzioso nella notte: l’audace azione di Cavaria, 75 anni fa
Nel racconto dei testimoni c’è la presenza degli occupanti – incarnati dal «maresciallo tedesco con il cane» – ma anche le rovine e i lutti della guerra: «Si andava su al castello e si vedevano gli americani che bombardavano Milano», racconta il signor Sergio.
Poi arriva il 25 aprile. Il signor Sergio, la cui famiglia aveva una rivendita, assiste all’improvviso al segnale riconosciuto dai referenti della Resistenza: «Radio Londra ha trasmesso il messaggio “Il Gallo canti”, il responsabile che era in casa nostra si è alzato e ha detto “è giunta l’ora!”».
Dai boschi escono i ragazzi con i fazzoletti rossi e azzurri, aderenti alle brigate Garibaldi – d’impronta comunista o socialista – o alle formazioni autonome e cattoliche. È anche il momento della resa dei conti: la signora Giuseppina assiste alla “rapatura” delle due maestrine del paese, che vengono così punite per l’adesione al fascismo (spesso le maestre erano ardenti fasciste, a volte con reale convinzione, a volte solo per malintesa disciplina verso lo Stato che dava lavoro). La rasatura dei capelli – diffusa anche in Francia, Belgio, Olanda – era una forma di umiliazione che risparmiava alle donne violenze peggiori, ma che era comunque molto dolorosa (anche alcune partigiane la criticavano, vedendo una forma di violenza alla femminilità).
Nel giro di due giorni la zona tra Varese e Gallarate venne liberata dalla Resistenza, anticipando di tre giorni l’arrivo delle truppe Alleate.
«Gli americani sono arrivati il 1° maggio, faceva un freddo cane: si sono fermati dove c’era la Majno, avevano acceso della benzina in una latta per scaldarsi» ricorda Sergio (il 1° maggio, dicono le cronache, nevicò persino: ci sono foto a testimoniare la stranezza). «Siamo andati anche noi ragazzini, ci hanno dato chewing gum e cioccolata».
La guerra era finita, c’era da costruire la pace.
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