“Da Varese osservo la mia Ucraina sotto le bombe e all’alba aspetto notizie della mia famiglia”
Anna Illyashenko ha 28 anni ed è nata e cresciuta a Sumy. Sotto il peso della guerra sono finiti il papà, uno dei due fratelli di 16 anni, le nonne e il nonno, zii, parenti stretti e amici

Si sono svegliati nel cuore della notte di 22 giorni fa. 22 giorni esatti. Hanno sentito le sirene, i colpi di mortaio, il rumore dei carri e hanno capito: la Russia aveva squarciato la pancia dell’Ucraina passando sulle vite, la quotidianità e la serenità dei 258mila abitanti di Sumy (tre volte Varese per abitanti e superficie), una città a soli 16 chilometri dal confine con il primo villaggio russo della Belgorodskaya Oblast’ e con l’aggressore.
Me lo racconta la collega del servizio medicina del lavoro Anna Illyashenko, mostrandomi il passaporto della sua terra. Il passaporto dell’Україна, l’Ucraina. Anna ha 28 anni, ormai lavora con noi a Confartigianato Imprese Varese da tre e a Sumy ci è nata e cresciuta fino a quando, a 14 anni, ha scelto di seguire la mamma a Varese.
22 giorni fa, quando a Sumy la Russia ha iniziato la marcia su Kiev, sotto il peso dell’armata sono finiti il papà, uno dei due fratelli di 16 anni, le nonne e il nonno, zii, parenti stretti e amici. Oggi Anna punta la sveglia ogni mattina alle 6 perché, prima del lavoro, bisogna superare gli oltre 700 chilometri che separano Sumy da Varese per sapere se tutto, nella notte, è andato bene. E poi c’è da informarsi, studiare, leggere. Capire. Sapere per raccontare la verità, dice Anna, che il primo aprile compirà 29 anni, 15 dei quali trascorsi in Italia, il Paese che ormai non vorrebbe più lasciare per non scontrarsi con il passato. «Sarebbe come tornare indietro di 50 anni» ammette questa ragazza che, nonostante tutto e tutti, sorride, con la bocca e gli occhi, e trasmette quella serenità che molti di noi, in questi drammatici giorni, hanno perso.
Razionalità, determinazione, consapevolezza e azione. Questa è Anna, oggi. È pronta a tornare di corsa nella sua terra per portare aiuti, medicine, vestiti, cibo e pace all’Ucraina che sta combattendo con i suoi civili e suoi militari la guerra del Davide (44 milioni di abitanti e un armamento vetusto) contro il gigante bellico Golia (150 milioni di abitanti e un arsenale atomico).
Anna parla sei lingue: ucraino, russo, inglese, italiano, tedesco e spagnolo. Non ha smesso un secondo di lavorare da che il suo Paese è finito nel baratro. E per capire ascolta le notizie che provengono da tutto il mondo, e da tutti i fronti. È difficile, per lei, cresciuta in un Paese libero da trent’anni e in una Patria occidentale e aperta, comprendere la propaganda russa, la negazione della parola guerra, la falsità dell’aggressione da parte dell’Ucraina, i silenzi, le mezze verità e persino le intercettazioni telefoniche che le impediscono, con amici e parenti rimasti a Mosca, di scambiare anche solo due parole sul conflitto in corso.
Eppure, per quel conflitto, Anna lo ammette, molte famiglie si sono divise, ognuna sulla sua sponda di verità. Una verità che in Russia è spesso falsata o piegata dagli arresti e dalle supermulte dello zar Putin.
Nella città di Sumy i russi sono piombati 22 giorni fa perché è da lì che passa la Belgorod Shosse, una superstrada che porta direttamente a Kiev. Pensavano a una guerra lampo: tre giorni, e giù il Governo. È andata diversamente perché il «popolo ucraino è orgoglioso della sua libertà e la sta difendendo con coraggio con i militari e i civili insieme, che spesso si prostrano davanti ai carrarmati per fermarli, oppure li rubano, o imbracciano le armi e sparano». Se non fosse stato per loro, l’esercito aggressore oggi, forse, avrebbe sbriciolato Kiev.
«Invece da quella mattina in cui mia nonna si è svegliata e si è vista passare davanti cento carrarmati, di giorni ne sono passati 22». A dirla tutta, due giorni dopo l’assalto, il sindaco di Sumy aveva decretato la resa della città, ma la gente no, non ha accettato di sottomettersi. «Il popolo si è così unito da diventare forte, coraggioso, eroico: ormai non ci sono più differenze tra civili e militari, tutti combattono per rallentare l’avanzata dei russi verso Kiev nonostante la città sia allo stremo, accerchiata e senza corridoi verdi (umanitari) in grado di far pervenire cibo, medicine e generi di conforto». Una guerra nella guerra. Il papà di Anna è uscito dalla città ed è in un luogo segreto, che nessuno rivela, neppure al telefono, perché tutti sono intercettati. Anna la chiama “guerra tecnologica” ed è pericolosissima, quanto quella delle armi, dentro l’Ucraina così come in Russia.
A Sumy non si dorme, non si vive: due ore di riposo quando si è stremati, poi la giornata ricomincia sotto le granate, gli aerei e la paura. Luce e gas spenti. A Sumy fa sempre buio troppo presto, e fa sempre troppo freddo. Per ciò «la tenuta psicologica delle persone è al limite».
Анна mi scrive su un foglietto il suo nome in ucraino e io lo trascrivo, in onore di un Paese che lei ama, e che mi racconta, con i suoi campi di grano e di girasoli, che ne hanno fatto la fortuna nell’export agroalimentare e le steppe deserte centrali.
Oggi, con la forte maturità dei suoi 28 anni vissuti in fretta, Anna in Ucraina non tornerebbe più per restarci, così come non comprende la Russia che tante volte l’ha accolta, da piccola, da adolescente e da adulta: «In Russia ho due zie, uno zio e una nonna di secondo grado. Non comprendono quel che succede ma cerchiamo di mantenerci in pace, non parliamo di politica. Loro, d’altronde, non sanno perché vige un regime di silenzi anche nell’informazione».
Per questo Anna, sul profilo Instagram, usa le stories – che dopo 24 ore si volatilizzano – per raccontare ciò che accade davvero al di fuori della cortina fumosa della liturgia putiniana. La giornalista che urla no war durante il tg, i 102 bimbi ucraini morti, i carrarmati che avanzano. Briciole di conoscenza fondamentali per raccontare anche a chi non sa. «Chi vive in Russia ha paura di qualsiasi cosa, ha il telefono controllato, quando esce alla sera deve prestare attenzione alle forze di polizia appostate ovunque perché, qualsiasi errore, potrebbe costare molto caro. In Russia non si può pronunciare la parola guerra, dopo le 20 non si può uscire in più di tre temono gli assembramenti (vietati). Il simbolo dell’arcobaleno è fuorilegge perché ricondotto alle rivendicazioni Lgbt e persino alcuni marchi di caramelle che lo riportavano hanno dovuto cambiare confezione. Infine non puoi consumare alcol dopo le 22 e se ti trovano con una bottiglia rischi da 1 a 15 giorni di custodia…».
La Russia e le paure. L’Ucraina e il coraggio. L’Europa e quella libertà alla quale Anna oggi non è più disposta a rinunciare, tanto da sentirsi addosso il muro di tanti amici che nella vecchia terra degli Zar non condividono la sua determinazione nell’informare e il suo stesso essere ucraina. Ma la guerra, si sa, divide famiglie, amici, patrie.
E fa uscire le differenze. «In Ucraina ci sentiamo occidentali e parecchie cose della Russia vengono viste come assurde o fuori dal mondo. Quest’anno festeggiamo i 30 anni della liberazione e in questo periodo abbiamo fatto di tutto per dimenticare il passato: la coda al mattino per recuperare i viveri, l’assenza di jeans e cosmetici per il viso e tanto altro ancora. Abbiamo cercato di costruire una nostra identità, con la gente che progressivamente si è sentita più occidentalizzata che russificata» mi ricorda Anna, mandando indietro l’orologio del tempo a quando l’Ucraina s’è detta: posso aspirare a qualcosa di meglio.
La stessa Ucraina che oggi, quel che si è conquistata, sta provando disperatamente a difenderlo, a mani nude, con un presidente amato, che ogni giorno si rivolge alla sua gente e alle sue città, ringraziandole a una a una. E, in russo, parla al popolo di Putin.
A mano a mano che Anna, con tutta la sua sorprendente maturità, srotola la matassa di un rapporto tra Stati da sempre complesso e articolato, tornano alla mente i prodromi della storia che la Russia sta scrivendo: «Quando a gennaio le parole di Putin hanno iniziato a preoccupare il mondo noi ci aspettavamo l’invasione del Donbass, perché sono anni che ammassa militari in quella zona». L’invasione in effetti c’è stata, ma solo dopo la fine dei giochi olimpici dell’amica Pechino e l’intervento contro la rivolta in Kazakistan. Si è capito che le cose sarebbero cambiate quando 200mila uomini sono stati ammassati nel Rostov on Don. Quel che è avvenuto dopo, forse, neppure Anna lo immaginava.
Ma Cecenia, Georgia e l’Ucraina stessa, nel passato, avrebbero dovuto suonare come campanelli d’allarme. E così, forse, è stato per la cittadinanza.
Il tempo passa e qui in Italia ad Anna arriva sempre più forte l’eco di ciò che succede nella sua terra. Così lei si dà da fare affinché i disperati in fuga e i tanti che non riescono ad abbandonare case e città possano ricevere aiuti: viveri, medicine, beni di conforto. Lo fa da 22 giorni presentandosi all’associazione Anna Sofia, che si occupa di prestare aiuto agli ucraini da Varese e che, da giorni, ha avviato una raccolta fondi per ricercare i mezzi di trasporto, gli autisti e la benzina necessari a trasportare a destinazione il tanto materiale raccolto in città.
Ciascuno di noi può dare il suo contributo: è sufficiente fare riferimento all’associazione di promozione sociale “Anna Sofia” (Sede Operativa presso il CVV – Coordinamento Volontariato Varese – Via Maspero 20 – 21100 Varese) – Raccolta fondi per trasporti in aiuto al popolo ucraino (IT24V0538710804000003562625 – BIC (codice Swift) BPMOIT22XXX – Causale: Emergenza Ucraina).
«Come vedo il futuro? Lo immagino giorno dopo giorno, anche se vedo molto male l’Ucraina, specie quando sento parlare di ricorso al nucleare e rimango sconvolta quando penso che sono già morti 102 bambini, di cui uno per la disidratazione: assurdo, in un Paese civile nel centro dell’Europa». Già, l’Europa, il posto nel quale Anna e la sua Ucraina si sentono a casa.
«Da noi ormai si vive alla giornata, la mia è scandita dalle chiamate ai parenti per sapere se sono vivi e stanno bene e ci sentiamo sul filo del rasoio per lo scoppio della terza guerra mondiale che, forse, è già anche iniziata…».
Mentre parliamo l’occhio cade sul passaporto e il pensiero va a quando sarà di nuovo possibile utilizzarlo per tornare nel Paese delle origini. «Difficile fare progetti perché, se dall’altra parte c’è un muro, tutto è molto complicato e non ti aspetti nulla di bello, speri solo di arrivare alla fine. Alla fine di tutto questo…». Perché oggi Anna racconta una guerra che sta qui, dietro casa. Nel cuore dell’Europa nella quale l’Ucraina ha sempre creduto.
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