“Per raccontare il cambiamento climatico servono parole concrete”
Se ne parla da decenni ma trovare il linguaggio giusto per raggiungere le diverse fasce della popolazione non è semplice e non c'è una soluzione univoca. Ne abbiamo parlato con il professor Pasquaré Mariotto dell'Insubria
Dai giovani in piazza per il clima alle sale dei convegni, dalle analisi degli effetti delle calamità naturali ai gesti più eclatanti compiuti dagli attivisti: qual è il modo più efficace per comunicare il cambiamento climatico? Che se ne parli non è una novità ma è il come che è in continua evoluzione e accanto alle pubblicazioni scientifiche e ai pareri degli esperti, trovano spazio sempre di più, linguaggi innovativi e coinvolgenti.
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Del rapporto tra cambiamento climatico e comunicazione efficace abbiamo parlato con Federico Pasquaré Mariotto, ordinario di comunicazione delle emergenze ambientali all’Università degli Studi dell’Insubria.
Professior Mariotto, quali sono gli strumenti più efficaci per comunicare i rischi del cambiamento climatico? I social media possono esserlo? Secondo lei sono strumentalizzati o banalizzano il problema?
«Le strategie più efficaci sono in grado di integrare tra loro contenuti visuali, storie, contenuti interattivi e pareri di esperti. I temi del cambiamento climatico dovrebbero essere presentati in modo da permettere ai cittadini di considerare il rischio climatico come un tema rilevante a livello personale, a livello locale, e risolvibile. Per quanto riguarda i social media, si può fare un esempio concreto del successo di una campagna di sensibilizzazione proprio attraverso l’utilizzo di queste piattaforme. Il successo dei “Fridays For Future”, soprattutto nel 2019, è infatti attribuibile anche all’uso strategico dei social media, considerati un vero e proprio “elemento costitutivo” del movimento. I Social Network Sites (SNS) consentono una comunicazione di tipo orizzontale e bottom-up, particolarmente efficace nel contesto di tematiche complesse e trasversali come il cambiamento climatico».
La comunicazione in questo ambito può cambiare anche a seconda della fascia d’età?
«Sì, la comunicazione sul cambiamento climatico varia effettivamente in base all’età: in genere, le giovani generazioni preferiscono messaggi urgenti, veicolati sui social media, e improntati all’attivismo (manifestazioni di piazza o adesione a movimenti come i “Fridays for Future”); le generazioni più anziane preferiscono invece contenuti incentrati sulle possibili soluzioni, attraverso i media tradizionali e istituzioni da loro ritenute affidabili».
Quanto è frequente che nell’ambito del cambiamento climatico si scelgano titoli di articoli per clickbait?
«I “titoli clickbait” negli articoli sul cambiamento climatico sono comuni in ambito online e sui social media, specialmente nei casi in cui i click permettono di generare entrate economiche; gli stessi titoli sono praticamente assenti o comunque vengono utilizzati con molta maggiore cautela da parte di fonti mediatiche rispettabili o fonti scientifiche».
Secondo lei la provincia di Varese si caratterizza per una buona disponibilità e apertura a misure preventive e contenitive per il clima o trova che sia una zona “refrattaria”?
«Non mi pare che ci sia stata una grande mobilitazione di risorse e di comunicazione, almeno nell’ultimo decennio, mirata all’implementazione di misure preventive contro il rischio idrogeologico (che dipende da quello climatico), criticità alla quale il territorio della provincia di Varese è particolarmente soggetta».
Che ruolo può svolgere l’università nella promozione della sostenibilità ambientale, anche con iniziative pratiche sul territorio?
«Fondamentale è il ruolo dell’educazione e della comunicazione ambientale, soprattutto in ambito scolastico ma anche universitario, che possono sensibilizzare le giovani generazioni (scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado, università) sui temi che caratterizzano la sostenibilità ambientale, quali le risorse energetiche rinnovabili, il corretto uso del suolo, l’attenzione al patrimonio forestale, i processi produttivi e industriali a ridotto impatto sull’ambiente, la mobilità sostenibile».
Perché secondo lei molte persone continuano a sottovalutare la gravità del problema?
«Le persone sottovalutano l’emergenza rappresentata dal cambiamento climatico perché appare un problema “astratto”, e ancora distante, sia nello spazio che nel tempo; inoltre, la disinformazione riesce a confondere e disorientare l’opinione pubblica, facendo apparire il rischio climatico come una questione ancora controversa (non ci sarebbe consenso fra gli scienziati) a livello della comunità scientifica».
Come possono diventare concrete le parole che si sentono riguardo a come agire rispetto al cambiamento climatico? Sono azioni lontane o che possono essere realizzate nel quotidiano?
«Le parole sul tema del cambiamento climatico diventano concrete quando vengono associate a comportamenti ben definiti, calati nella realtà quotidiana e locale dei cittadini; come già detto sopra, sono temi che vanno comunicati in modo da evidenziare la fattibilità delle soluzioni, che devono essere caratterizzate come socialmente vantaggiose e, soprattutto, non “astratte”».
Si sente spesso dire “nel proprio piccolo si fa la differenza”. Quanto effettivamente può migliorare la situazione affidandosi solo ai cittadini e in che modo si può veramente rendere più sostenibile lo stile di vita generale?
«Le azioni dei cittadini, da sole, non sono sufficienti a invertire la rotta del cambiamento climatico. Anche se tutti noi riducessimo l’impatto individuale in termini di emissioni di CO2, settori come industria, agricoltura, energia e trasporti continuerebbero a produrre enormi volumi di gas climalteranti. Tuttavia, cambiamenti nel comportamento dei consumatori (ad esempio: minor consumo di carne, maggiore rilevanza dei trasporti pubblici, preferenza per la soluzione rappresentata dalle energie rinnovabili) influenzano la sfera economica e possono indurre le grandi aziende e i governi a cambiare. Le iniziative dei cittadini, combinate con un cambiamento del quadro politico, sono in grado di generare un sensibile miglioramento in direzione di una mitigazione del rischio climatico».
Si sente spesso parlare di manifestazioni ambientaliste che sfociano in vandalismo e danni a opere d’arte che non solo hanno un enorme valore, ma sono anche il portato e il segno “tangibile” della nostra cultura. È innegabile che questi atti siano ingiustificabili e segno di poca civiltà, ma si può comprendere il bisogno di manifestare anche pubblicamente con chiarezza le proprie posizioni sul tema ambientale. Quali possono essere secondo lei dei metodi di protesta chiari, efficaci a livello comunicativo e inoffensivi nei confronti delle opere d’arte?”
«Le proteste dovrebbero sempre essere energiche e coinvolgenti per i cittadini, ma anche attente a livello etico e rispettose del patrimonio culturale. L’obiettivo è aiutare l’opinione pubblica a capire che la crisi climatica minaccia non solo l’ambiente, ma anche la salute, l’economia e il patrimonio culturale. Si tratta di un messaggio che è molto più efficace quando viene veicolato senza arrecare danni».
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