I Grateful Dead continuano a sperimentare ma il pubblico li segue
Oramai negli USA erano il gruppo con il seguito più fedele
Se iniziassi questa recensione dicendovi che il titolo viene dal fatto che Jerry Garcia stava provando delle scale per gli assoli vicine alla musica mediorientale, forse vi toglierei la voglia di sentirvi questo ottimo disco. Ma sbagliereste perché ciò avviene principalmente solo nella suite che dà il titolo e chiude il disco – quelle dopo sono bonus tracks dell’edizione remastered – che ci ricorda che, anche dopo la svolta dei due splendidi dischi country, i Dead erano il gruppo più sperimentale fra quelli storici del rock californiano, come veniva testimoniato dai loro concerti.
Ma se la suite può risultare un po’ ostica, il resto del disco racconta il gruppo di quel periodo, che abbiamo già visto in Wake of the flood e in From the Mars Hotel. Quindi influenze come quelle della jazz fusion, portate dall’uso del piano elettrico di Keith Godchaux, ma unite ad altre cose atipiche, come ad esempio il reggae di Crazy Fingers o il flauto di Sage and Spirit. Quasi strano pensare che con questi presupposti il disco sia stato un successo, ma fino a quel momento fu quello che “partì meglio” nella storia del gruppo, entrando subito nella Top Twenty americana.
Curiosità: la prima parte di King Salomon Marbles si chiama “Stronger than dirt” (più forte dello sporco) perché ispirato dalle quattro note del jingle dell’Ajax. Curioso che la stessa cosa era stata fatta dai Doors alla fine di “Touch me”, addirittura cantando la frase: i Dead la suonarono e basta.
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