Ed ecco Freddie Mercury con i suoi spettacolari Queen
Meno male che arrivò questo quarto disco, perché non avevano più una lira
Al quarto album i Queen arrivarono con un percorso strano: Sheer Heart Attack, il precedente, era andato bene, ma i quattro erano in bolletta sparata perché avevano firmato all’inizio il solito contratto capestro che non riconosceva loro quasi nulla.
Avevano allora preso un bravo avvocato, che nel giro di nove mesi li aveva liberati e messi sotto contratto con la EMI in UK e con la Elektra in America. Azione fatta al momento giusto, perché la loro fama era ormai mondiale e poterono incidere questo disco con un budget molto alto.
A night at the Opera è il disco che completa la transizione dal suono un po’ acerbo dei primi dischi a quello che verrà etichettato come Queen sound: un misto di tante influenze tra le quali certamente i Beatles, i 10cc che abbiamo visto di recente, i Kinks e altri.
Sempre con la grande chitarra di Brian May e la voce di Freddie in grande evidenza. Fu il loro primo n.1 in Inghilterra, trainato da quella Bohemian Rhapsody che divenne una hit mondiale: interessante notare come molti critici dell’epoca non la notarono nel recensire l’album, ma anch’io tuttora trovo molto carina la prima metà e un mezzo pasticcio la seconda. Poco conta, dato che è partita così la fama di un gruppo che resisterà nei decenni.
Curiosità: il titolo dell’album, come il successivo, era lo stesso di un film dei fratelli Marx, che piacevano molto al gruppo. Groucho ne fu contento e divenne loro amico, tanto da invitarli a casa propria pochi mesi prima di morire: gli cantarono a cappella “39″, presa da questo disco.
La rubrica 50 anni fa la musica
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