Federico Faggin: “Noi siamo amore e libero arbitrio”
A Varese il fisico e pioniere del digitale racconta in un teatro gremito di persone l’incontro che gli ha cambiato la vita: dall’invenzione del microprocessore allo studio della coscienza, tra cautela sull’IA e una teoria che unisce corpo, mente e spirito
Un teatro gremito. Milleduecento persone in silenzio ad ascoltare un fisico, non è cosa da tutti i giorni. La serata, organizzata da Radio Missione Francescana e condotta dal suo direttore, Antonio Franzi, ha portato sul palco di Varese Federico Faggin, il pioniere del microprocessore e del digitale, oggi impegnato nello studio della coscienza. Una vita passata tra innovazione tecnologica e ricerca scientifica, ma guidata negli ultimi decenni da un’esperienza interiore che lui stesso definisce decisiva. «Noi siamo amore», afferma Faggin, e quella frase, semplice e allo stesso tempo radicale, è diventata il centro della sua visione del mondo e della sua nuova teoria della realtà.
QUELLA NOTTE SUL LAGO TAHOE
Faggin, vicentino, fisico e inventore del primo microprocessore (Intel 4004), pioniere dei MOS (Metal On Silicon, Fonte definizione) e dei grandi salti di velocità e densità che hanno reso possibili memorie, processori e, in scia, l’informatica personale con l’8080 e poi la Z80 alla Zilog. Dalla Olivetti dell’Elea 9003 alle tecnologie di silicio, fino alle reti neurali degli anni Ottanta: un filo rosso che porta dritto all’oggi. Ma Faggin viene per raccontare «un episodio fondamentale» che gli ha capovolto la vita. È la notte di una vacanza in famiglia, «al Lago Tahoe», inizi anni Novanta del secolo scorso. Nel buio della stanza – racconta il fisico – dal petto prorompe un’energia «come un fascio di luce bianca scintillante» che si espande dentro e fuori il corpo. Calore, vibrazioni, la sensazione di essere insieme osservatore e osservato. E soprattutto un sentimento assoluto: «Amore incondizionato». Da quell’istante, confessa, nulla è più come prima: «Io ero il mondo che osservava se stesso… Io sono amore». La frase rimane come un sigillo: «Noi siamo amore».

LO STUDIO DELLA COSCIENZA
L’esperienza lo spinge a interrogare neuroscienze e fisica. La svolta è metodologica: la coscienza e il libero arbitrio non come epifenomeni, ma realtà prime. Con il professore Giacomo Mauro D’Ariano, Faggin elabora una teoria costituita da tre livelli: corpo, mente e spirito. Il corpo è il dominio condiviso dello spazio-tempo. La mente è l’ambito delle possibilità, quello che la fisica quantistica descrive con probabilità. Lo spirito è la sede dell’esperienza cosciente, del significato e della scelta. La coscienza non è dunque un epifenomeno prodotto dal cervello, ma una proprietà fondamentale della realtà basata sull’informazione quantistica.
Qui si innesta un’ipotesi forte, ovvero il passaggio dal possibile all’attuale. Ciò che è accaduto non sarebbe solo un caso cieco, ma una decisione di libero arbitrio dell’ente cosciente. «La nostra interiorità è reale e non si riduce a simboli: l’informazione, senza significato, non basta» sottolinea Faggin.
LA CRITICA ALLO SCIENTISMO E ALL’IA
Da qui la critica allo “scentismo” che riduce tutto a ciò che si misura. «L’amore – chiede Faggin al pubblico – è misurabile? Qual è l’unità di misura dell’amore?». E l’attenzione si sposta sull’IA: straordinaria nel maneggiare simboli, ma priva di coscienza e comprensione. «Non capisce nulla, è gentile perché l’abbiamo programmata così». L’allarme non è tecnico, è umano: attribuire alle macchine qualità umane porta a trattare gli umani come macchine. Servono governo e senso, non solo regole difensive: «A che cosa deve servire l’IA? Alla “realizzazione dell’uomo”, non al suo adattamento a un mondo fatto a misura delle macchine.
Il dialogo con i docenti sul palco, Andrea Tomasi, docente di informatica per le discipline umanistiche, e Luca Guido Molinari, fisico teorico “di casa” a Varese, rimette in campo la storia della meccanica quantistica, dai principi di indeterminazione alla teoria dei campi. Risultati enormi, ma un perimetro che, secondo di Faggin, lascia fuori l’interiorità. È è proprio lì che Faggin vuole spingere lo sguardo: «La nostra esperienza è privata, come lo stato quantistico che non si può clonare. La matematica è mappa; il territorio è coscienza, libero arbitrio, significato».
Nel finale, una lunga fila di persone ai piedi del palco per porre le domande allo studioso. Faggin invita a «prendersi responsabilità» e a tornare dentro di sé, dove l’esperienza originaria lo ha condotto. Un consiglio finale, tra applausi e ringraziamenti, in un mondo dominato da intelligenze sempre più artificiali, ricordatevi chi siamo: «Noi siamo amore».
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