Jarome Iginla, la storia del Grande Albero
Padre nigeriano, madre dell'Oregon, nazionale canadese. Iginla si impose in una NHL dove i giocatori di colore si contavano su una mano e raggiunse l'apoteosi con due ori olimpici
(d. f.) Ottavo appuntamento con la terza serie di “Alla Balaustra”, la rubrica ideata e scritta da Marco Giannatiempo, curata dalla redazione sportiva di V2 Media/ VareseNews e dedicata alla cultura e alle storie dell’hockey su ghiaccio. In questa puntata narriamo il percorso di una leggenda recente della NHL, capace di farsi largo in una lega in cui i giocatori di pelle nera si contavano sulle dita di una mano.
“Alla balaustra” ha cadenza quindicinale e viene pubblicata il primo e terzo (ed eventualmente quinto) lunedì pomeriggio di ogni mese. I venti racconti delle prime due stagioni e il box con le puntate trasformate in podcast sono disponibili in fondo all’articolo.
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Il 1° luglio 1977, in pieno Canada Day, quando l’intera Nazione festeggia il suo compleanno, nasce a Edmonton Arthur-Leigh Adekunle Tig Junior Elvis Iginla, per tutti Jarome.
I compagni di scuola a St. Albert, cittadina satellite di Edmonton incastonata nelle praterie dell’Alberta, lo guardano con curiosità quando l’insegnante chiama il suo nome per intero al primo giorno di lezione, sorridendo. Suo padre, Adekunle, ma che tutti chiamano Elvis, perché in Canada nessuno riesce a pronunciare il suo vero nome, è arrivato dalla Nigeria a diciotto anni per studiare legge. Sua madre, Susan Schuchard, viene dall’Oregon. Poi i genitori si separarono e tocca al nonno Rick occuparsi di lui. Da sempre nonno Rick segue l’hockey su ghiaccio, e lo accompagna tutti i giorni a pattinare, in una delle tante piste all’aperto di cui è costellato il Canada.
Nel 1984 gli Edmonton Oilers stanno conquistando la loro prima Stanley Cup dopo anni di promesse non mantenute. La città è in delirio, è l’anno di Wayne Gretzky – The Great One – capace di segnare 87 gol in una stagione, Mark Messier spadroneggia a centro pista, Paul Coffey mette sul ghiaccio un nuovo modo di fare il difensore, proponendosi in ruoli offensivi. Tra i pali c’è Grant Fuhr, che sarà il primo portiere nero a vincere la Coppa.
Il nostro Jarome nel frattempo con il disco se la cava e a tutti dice che lui vuole giocare in NHL, ottenendo sempre la stessa risposta: «Tu in NHL? Un nero? Sai che sono pochissimi, e neppure ben accetti». In effetti nel 1985 la NHL contava 1890 giocatori, di cui solo cinque di colore. Grant Fuhr, il già citato portiere degli Oilers, Claude Vilgrain in forza ai Vancouver Canucks, Val James che giocava a Buffalo, Ray Neufeld ala degli Hartford Whalers, e una vecchia conoscenza del campionato italiano, Tony McKegney, che aveva segnato 40 gol con i Rangers e poi vestito la maglia dei Mastini Varese.
«Guardate Fuhr!» rispondeva Jarome, con quella testardaggine gentile che non lo avrebbe mai abbandonato. «È un portiere», ribattevano loro, come se quello fosse un dettaglio tecnico che squalificava l’esempio. «E allora Vilgrain… McKegney! E poi io mi chiamo Iginla, “il grande albero”».
Era fiero delle sue origini, e seguiva ogni giocatore nero che riusciva a trovare sulle riviste di hockey, comperate con la cresta fatta sulle commissioni che il nonno gli assegnava. Ora aveva un obiettivo, voleva solo dimostrare a tutti che quella cosa lui l’avrebbe potuta fare.
Inizia come portiere, e se la cava pure bene, poi un giorno il figlio del presidente della squadra vuole giocare tra i pali, obbligando Jarome a fare il giocatore di movimento, prima in difesa ma è sempre in attacco. Fa tutto in maniera incredibilmente fluida, allenatore e vice lo osservano stupefatti. Da li Jarome non smetterà più di pattinare verso la storia.
A dieci anni, Bill Comrie – imprenditore miliardario – lo nota e lo recluta per giocare a Edmonton nella prestigiosa Vancouver Super Series, torneo estivo per i migliori giovani talenti del paese. Jarome si distingue anche li, venendo premiato come miglior giocatore.
Ma c’è anche il baseball nella vita di Jarome, che si rivela un ottimo ricevitore e interbase, per i St. Albert Cardinals, e nel 1992, stesso anno in cui guida la classifica dell’Alberta Midget Hockey League, rappresenta la sua squadra ai Campionati Nazionali Bantam vincendo il premio come miglior battitore. A fine stagione deve scegliere, hockey o baseball? Per la fortuna di questo bellissimo sport ascolta il nonno e sceglie il ghiaccio.
La sua prima versa squadra sono i Kamloops Blazers in Western Hockey League, dove Jarome trova la sua dimensione. 29 punti in 48 partite, niente di straordinario, ma abbastanza per farsi notare. I Blazers con lui vincono il titolo di lega e la Memorial Cup del 1994. L’anno dopo segna 33 gol e marca 71 punti in totale. I Blazers vincono di nuovo tutto ma è il 1995-96 a far capire chi è veramente Iginla. 63 gol in 63 partite, 136 punti totali gli valgono il titolo di “Player of the Year” della WHL. I Dallas Stars lo scelgono draftandolo come 11°, ma la maglia texana non la indosserà mai, visto che lo vuole Calgary disposto a mettere sul piatto una montagna di dollari.
I Flames schierano Jarome, in Gara 3 del primo turno playoff contro Chicago, così, a soli 18 anni, diventerà il più giovane giocatore della squadra a mettere i pattini sul ghiaccio nei play-off. Scelta sensata: un assist nella prima partita, un gol, il suo primo in NHL nella seconda, ma soprattutto il coronamento del suo sogno, giocare in NHL. I primi anni però non sono semplici; bene all’inizio (Rookie of the year nel 1996-97 con 50 punti, secondo nella votazione per il Calder Trophy), qualche stagione meno intensa e da “Iggy Pop” o “Iggy Top”, qualcuno lo chiama “Iggy Flop”. Lui sente, gli fa male ora non c’è neppure il nonno con cui parlare, ma in qualche modo questa cosa lo rafforza.
Torna ad allenarsi duro e in splendida forma nella stagione successiva: 16 gol in 16 partite consecutive lo fanno tornare ad essere l’idolo dei tifosi. Tra i trofei che vince in quegli anni c’è anche l’Art Ross Trophy, che va al giocatore NHL che realizza più punti, e che per la prima volta dal 1980 non va a uno dei tre giocatori più forti di sempre; Gretzky, Lemieux o Jagr. È anche il primo giocatore nero a vincere questo trofeo.
Il 2002 è l’anno delle Olimpiadi di Salt Lake City, con la pressione di un intero paese sulle spalle, Iginla ha una maglia che pesa come un macigno anche perché il Canada non vince l’oro olimpico dal ‘52, una generazione e mezza di delusioni. Del resto, l’hockey è nato proprio lì, in Canada. Jarome ha 24 anni, e si ritrova in spogliatoio con i suoi eroi d’infanzia: Steve Yzerman, Brendan Shanahan, Joe Sakic, Mario Lemieux. L’allenatore annuncia le linee, lui è con Sakic, velocissimo e con un fiuto per il gol innato. Arrivano in fondo Canada e Stati Uniti: passano subito gli USA con Amonte, il Canada pareggia, poi Iginla segna due volte: finirà 5 a 2 per una vittoria che mancava da cinquant’anni.
Jarome Iginla diventa, di fatto, il primo atleta nero a vincere una medaglia d’oro ai Giochi olimpici invernali.
Otto anni dopo, nel 2010 a Vancouver Iginla si gioca ancora una finale Olimpica sempre contro gli USA maa questa volta è diverso. Il Canada che ospita i giochi si ferma. Bar pieni, strade deserte, quasi 20 milioni di persone incollate alla televisione, per quello che è un esame di identità nazionale.
Il Canada conduce 2-0 dopo trenta minuti, sembra fatta, poi, nel secondo periodo, gli Stati Uniti tornarono in partita, 2 a 1, poi a 24″ dalla fine arriva il gol del pareggio. Overtime e ‘Sudden death’, chi segna vince l’oro.
Squadre corte, nessuno si scopre, silenzio surreale allo stadio, squarciato da un grido ‘Iggy!’, è la voce di Sideney Crosby, che chiede il disco. Jarome lo vede, e con una traiettoria precisa mette il disco sul bastone del compagno di squadra. Finta e poi tiro, che batte Ryan Miller. 3-2. Gol che vare l’oro olimpico in casa. Le strade di Vancouver esplodono.
«Quell’emozione era esattamente come la sogni da bambino» disse Jarome anni dopo, con quella voce sempre calma, sempre gentile. Alla fine della carriera totalizzerà 625 gol, 675 assist, 1.300 punti in 1.554 partite. Il 2 marzo 2019, i Flames ritirarano la sua maglia numero 12, l’anno successivo Iginla entra nella Hockey Hall of Fame, quarto giocatore nero a ricevere questo onore dopo Grant Fuhr, Angela James e Willie O’Ree.
Jarome Arthur-Leigh Adekunle Tig Junior Elvis Iginla, o forse meglio “Iggy”, quel bambino che sognava di diventare un giocatore della NHL, a dispetto del colore della sua pelle e di chi diceva che non ce l’avrebbe mai fatta, era entrato nell’Olimpo dell’hockey dalla porta principale.
ALLA BALAUSTRA – Leggi le puntate precedenti
IL PODCAST – “Dalla Balaustra” è anche un podcast trasmesso su Radio Materia e disponibile sulle principali piattaforme di ascolto. Nel box sottostante trovate tutte le puntate pubblicate fino a ora.
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