“Come vento tra foglie di ulivo”: suoni antichi e visioni digitali nel nuovo album di Ermanno Librasi
L'album "Come vento tra foglie di ulivo" è secondo capitolo di un trittico che utilizza strumenti rari e tecniche di respirazione circolare. Undici tracce registrate partendo dal metodo dell'improvvisazione, sospesa tra il rigore dell'elettronica e il calore dei legni del Medio Oriente
Le dita si muovono su un legno di albicocco che ha attraversato novant’anni di storia e polvere dell’Azerbaigian, mentre l’ancia, immersa nell’acqua per ritrovare elasticità, si prepara a liberare un suono la cui melodia porta con con sé l’odore di terra e di vento. Ermanno Librasi ha scelto il giorno del suo compleanno, lo scorso 25 febbraio, per accogliere nel suo home studio a Varese una piccola “platea” di amici, conoscenti e curiosi accorsi su invito. L’ambiente intimo, amicale, saturo dell’odore dei legni e del calore delle valvole, si è mutato in un crocevia di risonanze mediorientali ed echi digitali per la presentazione di Come vento tra foglie di ulivo, secondo capitolo di una trilogia pubblicata da Haze – Auditorium Edizioni.
L’album, composto da 11 tracce, si immerge in un’organizzazione del suono che l’editore Claudio Chianura definisce quasi «lunare» per la sua capacità di uscire dai canoni più consueti della musica contemporanea e dalla struttura rassicurante della forma canzone.
Il progetto, pensato per essere riprodotto con una diffusione del suono quadrifonica, rappresenta la prosecuzione naturale di un cammino iniziato due anni fa con il primo volume della serie, intitolato Farfalle su foglie d’ebano. In quel caso il baricentro dell’opera era il clarinetto, mentre in questo nuovo capitolo Librasi sposta lo sguardo verso strumenti dal fraseggio monofonico antico e potente. I protagonisti sono strumenti non molto conosciuti all’ascoltatore occidentale. Tra questi c’è il balaban, un aerofono che l’artista governa con la tecnica della respirazione circolare, domando un’intonazione delicatissima che risiede al di fuori delle regole del temperamento occidentale. L’esemplare utilizzato da Librasi possiede una storia quasi mistica: è un pezzo di legno di albicocco che fu regalato a Librasi da un grande maestro azero durante gli anni di militanza nel gruppo Chargul.
«Queste musiche sono molto diverse dalle nostre nel senso che non hanno l’armonia, una prerogativa dell’Occidente nata nel passaggio tra Medioevo e Rinascimento» spiega il musicista, sottolineando come l’adozione del temperamento equabile ci abbia regalato la polifonia, ma ci abbia privati di quelle sfumature metafoniche, che vibrano nei terzi e quarti di tono. In questo sistema, per esempio «tra il do e il re esistono spazi sonori inesplorati dalla nostra sensibilità», che regalano alla melodia una ricchezza densa e ipnotica.

L’ispirazione per queste tracce affonda le radici nei viaggi compiuti nella seconda metà degli Anni Settanta, quando con una macchina, una tenda e il camping l’artista attraversava la ex Jugoslavia per raggiungere Istanbul. Erano tempi in cui lo scambio culturale non passava per la rete, ma, come ci racconta Librasi, per le cassette acquistate nei mercati o l’ascolto diretto nei locali dove la musica folkloristica pulsa ancora viva. Da quelle suggestioni e dalla passione per il jazz, Librasi ha estratto una poetica che si affida all’istante, al “momentum”. I brani del disco non nascono infatti da una partitura scritta a tavolino, ma da lunghe sessioni di improvvisazione registrate nello studio di Varese. «Registro tantissimo e poi scelgo quello che mi piace di più, quello che rende meglio l’idea che avevo mentre stavo suonando» racconta l’artista, descrivendo un metodo che muta la registrazione nella genesi stessa della composizione. Solo in un secondo momento, per fissare il ricordo di quanto creato e poterlo riprodurre dal vivo, Librasi procede alla trascrizione delle note.
Oltre al balaban, il disco accoglie il grido della zurna, un oboe persiano dalla forza sonora dirompente che tradizionalmente risuona all’aperto, e la furulya, il flauto dei pastori ungheresi. I fiati mediorientali si completano con il “field recording” ed elettronica in una stratificazione che Claudio Chianura, il giorno del “release party”, ha descritto come un atto di resistenza contro la banalizzazione dell’ascolto quotidiano: «È un peccato che la nostra vita sia spesso dedicata a musiche che in una tavolozza di colori immensa ci fanno ascoltare solo piccole emozioni». Il lavoro di Librasi punta invece ad aprire le possibilità della musica, trattandola come materia viva e imprevedibile, sempre pronta a rigenerarsi e dove le pause, il silenzio e il respiro hanno lo stesso peso della nota.
La serata ha permesso di scoprire brani densi di significato come Zaytun, o il drammatico Requiem for the West, i cui titoli riflettono l’attenzione dell’artista verso le urgenze del presente. La copertina, curata dal “nostro” Ferdinando Giaquinto (prezioso collaboratore di Materia che potete ascoltare sulle frequenze di Radio Materia), accompagna visivamente questo percorso sospeso tra Oriente e Occidente. Il cammino di Librasi non si ferma qui: la trilogia si concluderà con un terzo capitolo che, ci auguriamo, continuerà a rifiutare etichette per cercare l’essenza stessa del suono e della melodia.
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